vita degli agnelli fra empatia e realtà

Il tema degli agnelli, della loro breve vita e di una tradizione, che lega il consumo delle loro carni alla Pasqua, come ogni anno infiamma la rete. E questa volta con l’aggiunta dei pastori sardi che si lamentano del calo del prezzo delle carni, dovuto a una riduzione dei consumi e alla concorrenza estera. Proprio come è avvenuto per il pecorino.

In attesa che il mondo diventi vegano occorre però fare delle riflessioni, non solo sul consumo di carne di agnello, guardando anche alle condizioni che rendono queste vite non solo brevi ma anche sofferte. Il primo discorso sul quale vale la pena di soffermarsi è proprio l’aspetto dell’allevamento: trattandosi di esseri viventi è lecito occuparsi solo dell’aspetto economico, come se si parlasse di automobili? Si possono considerare gli animali come semplici eccessi di produzione?

Sono convinto che questo non possa essere eticamente accettabile, nemmeno per chi mangia carne, di agnello o meno. Eppure il problema che sollevano per gli agnelli i pastori della Sardegna è lo stesso che ha infiammato l’isola per il latte: il mercato non assorbe quanto viene prodotto.

Questo significa che moltissimi animali sono fatti nascere inutilmente, saranno uccisi senza una ragione, saranno trasportati vivi attraverso l’Europa. In alcuni casi arriveranno anche da molto lontano, talvolta anche dall’Australia.

Dobbiamo ripensare al nostro modo di vedere i diritti dei viventi

Bisogna arrivare a diminuire il consumo di carne, questo è sicuro, ma dobbiamo anche essere in grado di garantire, almeno, condizioni di vita dignitose agli animali degli allevamenti. Che non devono produrre “vite” oltre quanto strettamente necessario al consumo. Dobbiamo chiudere per sempre il trasporto di animali vivi, consentendo che viaggino solo le carni. Interrompendo un circuito di sofferenza inimmaginabile.

Vanno repressi con severità i maltrattamenti, mettendo sanzioni effettive, anche di natura economica, che garantiscano un alto potere di deterrenza. Oggi maltrattare un animale, in un allevamento e in tutte le attività commerciali, costa troppo poco. Vanno aumentati i controlli, per quantità e per qualità: non ci sono dubbi che siano troppe, infatti, le violazioni delle norme sul benessere animale.

Bisogna fare campagne di educazione alimentare e non solo: bisogna creare un codice etico della pubblicità che impedisca di alterare la realtà, di ingannare i consumatori sul benessere degli animali negli allevamenti. Basta vacche felici e suini sorridenti che campeggiano sui camion dei salumifici. Basta far credere che dire “galline allevate a terra” significhi che sono in un prato, mentre in realtà conducono una povera vita in un capannone.

I nativi americani ringraziavano l’animale che avevano appena ucciso per avergli consentito di farlo, per aver dato loro la possibilità di cibarsi delle sue carni., di usare la sua pelle. Con rispetto, con empatia e con la consapevolezza che la morte era una necessità, per la sopravvivenza. Il consumismo e la trasformazione dell’agricoltura in fabbrica, nella moderna industria della carne, altera il percepito, impedisce di conoscere.

Gli agnelli sono indispensabili per la produzione del latte

La catena delle produzioni agricole, purtroppo, è ancora poco chiara a molti consumatori e, anche su questo, è necessario fare informazione. Troppi pensano che non mangiando carne di agnello tutto sia risolto, ma non è così. Vengono fatti nascere i vitelli, gli agnelli e i capretti perché solo con la riproduzione gli animali, come gli uomini, producono latte. Senza cuccioli niente latte e questo non è un concetto chiaro a tutti. Va raccontato, senza prendere scorciatoie, per stimolare consapevolezza nelle persone.

Per modificare le condizioni di vita degli animali che vengono allevati bisogna riuscire a tenere insieme una massa critica, che raggruppi tutte le persone sensibili al problema. Senza creare muri, divisioni etiche e recinti in cui spesso di rinchiudono da soli i portatori delle idee più rispettose. Per cambiare le regole occorre tenere insieme uno schieramento ampio, che vada dai cittadini responsabili ai vegani più oltranzisti.

A molti questa potrà sembrare un’eresia ma bisogna invece considerare che l’obiettivo più prossimo, più attuabile, è costituito dalla diminuzione della sofferenza; la sua scomparsa è al momento utopica e forse lo sarà per sempre. Può prendere forma invece un movimento d’opinione che reputi i maltrattamenti inferti agli animali negli allevamenti del tutto inaccettabili.

Un insieme variegato che sia disponibile a fare delle rinunce se necessario, seppur avendo diversi punti di vista.

I progetti per avere visione e futuro devono essere inclusivi, specie quando si vuole ottenere un cambiamento. Possono restare esclusivi quando lo scopo finale non sia quello di fare in concreto qualcosa per gli altri ma la soddisfazione di se, dei propri convincimenti, il trionfo delle proprie idee, il potersi sentirsi diversi e migliori.

Così però si rischia concretamente di parlare soltanto dei cambiamenti, senza voler camminare realmente sulla strada per realizzarli.

Restano molte buone ragioni per non mangiare agnelli a Pasqua

La vita degli agnelli fra empatia e realtà perché l’idea di mangiare cuccioli è forse la più difficile da accettare, quella che colpisce maggiormente la sensibilità delle persone. Gli agnelli incarnano la tenerezza, sono prede in natura e hanno quest’aria indifesa, come tutti i cuccioli, ma ancor più quelli degli erbivori. Ma questo è soltanto un aspetto che deve portare a fare scelte diverse.

In questo periodo del’anno la richiesta si impenna e ciò comporta un numero elevato di animali che vengono trasportati vivi e devono essere macellati. Questa è la ragione per cui gli agnelli subiscono le maggiori sofferenze: la velocità delle operazioni, l’alto volume della richiesta spesso sono causa di ancora maggiori violazioni della normativa. Con un picco di maltrattamenti aggiuntivi.

Il calo della domanda costringe inoltre l’industria della carne a farsi delle riflessioni. I consumatori avrebbero una grande leva nei confronti dei produttori, che andrebbe organizzata meglio in modo da esercitare la maggior pressione possibile.

L’attenzione dei consumatori verso il benessere animale può costringere l’industria fare dei cambiamenti. Migliorando le condizioni di vita degli animali negli allevamenti, per arrivare alla necessità di vietare i trasporti di animali vivi. Un attenzione che emerge anche da un recentissimo rapporto di Coldiretti.