ucciso il lupo disabile di Roma

E’stato ucciso il lupo disabile di Roma: viveva a Castel di Guido, parco urbano di Roma, con il suo branco sino a quando un auto lo ha investito, pur trovandosi in una zona protetta dove non avrebbe dovuto passare.

La LIPU, che gestisce l’oasi, si era più volte lamentata dell’assenza dei controlli nella zona protetta, che nonostate i divieti di accesso è regolarmente attraversata abusivamente dalle auto. Il lupo è morto a seguito di un impatto con una vettura anche  a causa della disabilità agli arti posteriori che, presumibilmente, ne ha rallentato la fuga.

Certo non c’è dubbio sull’incivltà di chi lo ha ucciso e forse anche peggio qualora l’investimento fosse stato volontario,. Ma sul fatto sono già state scritte molte cose. Questo episodio e la vita di questo lupo devono però servire per divulgare una realtà poco conosciuta, troppo spesso negata nel tentativo di dipingere il lupo come un feroce e sanguinario predatore. Quasi come se un animale potesse essere considerato cattivo, senza scrupoli, subdolo. Aggettivi che non si possono appiccicare a un lupo, non senza essere stati alimentati con dei pregiudizi.

Un lupo di un anno, disabile alle zampe posteriori, può sopravvivere solo in un contesto protetto. Ma quello che a molti sfugge è che questa protezione non è data da una realtà tutelata dall’uomo, ma bensì dalla protezione che il lupo ha avuto dalla sua famiglia, dal suo branco. I lupi vivono in gruppi familiari, hanno fra loro rapporti nei quali l’uomo potrebbe identificarsi, solo che i lupi sono forse più attenti e rigorosi degli umani.

In natura la disabilità è quasi sempre causa di morte, impedisce a un predatore di cacciare e a una preda di fuggire. In entrambi i ruoli, di preda o di cacciatore, non si sopravvive a lungo se si è da soli. Ma il giovane lupo, che potremmo chiamare Guido dal nome del parco urbano in cui viveva, non era solo, aveva fratelli, sorelle, genitori che si occupavano di lui.

Dobbiamo fare attenzione agli eccessi: quando umanizziamo gli animali, raccontandoli come fossero uomini, ma anche quando non vogliamo ammettere che molti animali abbiano capacità di avere rapporti familiari, di provare sentimenti come l’affetto, di soffrire per gli eventi negativi che gli succcedono come la perdita di un compagno, di un figlio oppure di un amico.

Di provare angoscia, paura, disperazione. Negarlo ci fa sentire meglio, ci priva delle colpe che derivano da un dominio illimitato su esseri intelligenti, complessi, troppo vicini a noi per poter continuare a ignorarlo.

Gli studiosi sostengono da moto che gli animali non umani abbiano grandi capacità, dimostrate dall’etologia cognitiva e dall’osservazione dei comportamenti fatti su animali liberi, non influenzati da condizioni artificiali. Quelle capacità, quei legami che hanno portato il lupo Guido a poter sopravvivere nonostante la sua disabilità.

I pregiudizi ci portano a pensare che un predatore, un carnivoro, debba per forza essere una bestia feroce: lo dicono i suoi comportamenti, il bisogno di uccidere per vivere, il sangue, l’indifferenza alla sofferenza delle prede. E allora noi cosa siamo? Ci riteniamo a torto migliori solo perché oramai abbiamo imparato a far fare il “lavoro sporco” a qualcun’altro, al chiuso dei macelli e degli allevamenti intensivi?. Ma non siamo solo diversi, siamo peggiori.

Siamo peggiori perché giudichiamo senza conoscere, abbiamo verso gli animali, in genere, troppi pregiudizi e ancor di più verso i lupi e la loro fantastica vita. Crediamo al lupo cattivo di Cappuccetto Rosso perché ancora nessuno ha scritto una favola su Guido, accudito con amore dalla sua famiglia nonostante la sua disabilità, ucciso anche se inerme da un “cacciatore” in auto, senza necessità né giustificazione.

Certo la natura non è un un cartone animato di Walt Disney, può apparire crudele e lo è per davvero. I carnivori straziano le prede, si immergono nel sangue, causano inevitabile sofferenza. Ma questo avviene per necessità, senza crudeltà, senza la volontà di produrre dolore per divertimento, sadismo, profitto o religione. La crudezza è scritta nella catena alimentare, nella necessità perfetta di avere predatori e prede in un’armonia di produzione di risorse.

La realtà è che gli animali sono affascinanti ma non sono buoni, non nel senso disneyano del termine. La vita è un continuo cerchio che si alterna con la morte, ma noi abbiamo valicato il confine della “violenza necessaria” gettandoci nel burrone di quella non necessaria ma motivata da avidità, profitto e potere. Questo ci rende peggiori dei lupi, dall’alto della nostra consapevolezza, della nostra complessità di ragionamento e comportamento.

Per questo occorre ribaltare i concetti delle favole, ma per farlo dobbiamo prendere coscienza e coraggio: coscienza che gli animali siano molto più simili a noi di quello che pensiamo e coraggio, quello che ci serve per ammetterlo e per farci vedere le cose da un punto di vista diverso, che non può più essere quello di Copernico. Gli animali non sono macchine animate, noi uomini alcune volte dimostramo di ragionare meno di loro e di aver meno empatia. E spesso crudeltà da vendere.

Nessun luogo è più sicuro per un cucciolo della bocca di sua madre, per questo diciamo in bocca lupo, anche se ne abbiamo alterato e rovesciato il significato, solo per uno stupido pregiudizio.