uccelli da richiamo catturati nei roccoli

Uccelli da richiamo catturati nei roccoli: la Lombardi riprova ad aprire gli impianti con un progetto della Lega.

Non sono bastati anni e anni di ricorsi, procedure di infrazione e proteste. La Lega è il partito dei cacciatori al Nord e non perde occasione per dimostrarlo.

Così si vogliono riaprire i roccoli, con la scusa che non si possono cancellare 500 anni storia. Ma la caccia con gli uccelli da richiamo catturati nei roccoli non è certo una tradizione da salvare.

La caccia con i richiami vivi, praticata da appostamento, è la forma più impopolare fra le diverse pratiche venatorie, osteggiata duramente anche da alcune componenti del mondo della caccia. Ora questo tipo di pratica è possibile solo utilizzando richiami d’allevamento.

Nonostante questo e il fatto, provato, che molti dei richiami utilizzati non provengano da allevamento ma da illecite catture in natura. Predando i nidi in modo da poter mettere gli anelli di riconoscimento ai piccoli, rendendoli legali, ancora la Lega cerca di ottenere la riapertura dei roccoli.

Il consigliere bergamasco Giovanni Malanchini (Lega) ha presentato un progetto di legge che è stato licenziato con voto favorevole dalla Commissione Agricoltura della Regione e sarà posto al più presto in votazione. Il tentativo è di riaprire con un blitz i roccoli nel periodo migratorio e tenerli aperti sino alla pronuncia del TAR.

In questo modo Regione Lombardia farà l’ennesima forzatura, seguendo un protocollo ampiamente collaudato in decenni di concessioni fatte al mondo venatorio. Autorizzando prelievi e catture con la consapevolezza  che ci sono tempi tecnici ineludibili per impugnare queste norme.

Quando il TAR, come è sempre avvenuto, dirà che la decisione è illegale e contraria alle direttive comunitarie il misfatto sarà stato compiuto e per questa beffa nessuno sarà sanzionato. Salvo che la Corte dei Conti, come ha fatto in altre regioni e province italiane, non contesti il danno erariale.

Intanto i piccoli migratori rischiano di trovarsi la strada sbarrata dalle reti e di finire la loro vita in una gabbia, sottoposti a maltrattamenti e tenuti in condizioni che certo non possono assicurare il seppur minimo benessere.