troppa trippa

Troppa trippa: a Report inchiesta sul petfood racconta i fatti, ma più i misfatti, di un settore in costante crescita grazie all’amore dei proprietari di animali che non sembra essere ricambiato dai produttori di alimenti.

L’inchiesta Troppa trippa, realizzata per Report da Sabrina Giannini, punta l’indice sulle aziende produttrici di mangimi, sulla loro capacità di aver creato politiche di marketing talmente sapienti e aggressive da riuscire a condizionare veterinari, proprietari e allevatori che sono disponibili ad acquistare, a carissimo prezzo, quelli che sono in realtà dei sottoprodotti, venduti a un costo superiore a quelli delle materie prime. Ma il problema non è solo di natura economica perché investe anche la sfera della salute degli animali, i danni di lungo periodo che talvolta il cibo industriale può causare e l’assenza di regole che tutelino i consumatori, ovvero proprio gli animali. Per comprendere le motivazioni basta dare un’occhiata alle cifre che parlano di 90 miliardi di euro l’anno di fatturato a livello mondiale, di cui 1.800 milioni realizzati in Italia, con la commercializzazione del cibo per nutrire i 14 milioni di cani e gatti che vivono nelle nostre famiglie, oltre a quelli che sono presso rifugi e canili sparsi su tutto il territorio della penisola.

La produzione di cibo per animali segue pochissime regole, lontanissime ovviamente da quelle assicurate per la tutela degli umani, come ad esempio la possibilità di non indicare sulle confezioni la presenza di conservanti e antiossidanti. Lo dimostra l’inchiesta di Sabrina Giannini, che nell’insieme getta nuovamente ombre inquietanti su un settore capace di generare enormi profitti, non fornendo secondo Report e  secondo alcuni veterinari adeguate garanzie per il benessere degli animali. Ombre che non si dissolvono nemmeno quando si parla dei centri di “sperimentazione” realizzati nel mondo dalle case produttrici di alimenti che non garantiscono la necessaria trasparenza, sbattendo le porte in faccia alla giornalista di Report che vorrebbe visitarli. Tanti segreti riportano alla mente, come ben evidenziato nell’inchiesta televisiva, un’investigazione fatta nel Missouri dall’associazione americana Peta che nel 2003 ha potuto dimostrare come, sui cosiddetti animali “appetitori“, venissero fatti veri e propri esperimenti di vivisezione per valutare le problematiche che il cibo creava agli animali.

Un mondo quello del pet food che vede come player le grandi aziende mondiali produttrici di cibo per umani e animali, come il gruppo Mars e la multinazionale Nestlé, da sempre nel mirino delle associazioni ambientaliste e di quelle per i diritti umani per diverse operazioni disinvolte che l’hanno portata ad essere presente in tutte, o quasi tutte, le black list planetarie. Il problema purtroppo è in parte dovuto all’assenza di una legislazione che regolamenti il settore pet food in modo efficace, grazie alla latitanza della Commissione Europea che parrebbe aver seguito maggiormente le richieste dei produttori che non l’obiettivo della tutela della salute degli animali. In questo modo si possono usare negli alimenti per animali cereali che non sono utilizzabili nell’alimentazione umana per presenza di tossine, ma che non trovano divieti per essere dati in pasto proprio a quegli animali che gli italiani tanto amano vorrebbero tutelare.  Su questo argomento gli studi e i test fatti dalla dottoressa Annie Leszkowicz docente di ingegneria chimica all’università di Tolosa non lasciano spazio a dubbi, come si potrà vedere nell’inchiesta.

Questo non vuole essere un modo per criminalizzare gli ignari padroni che utilizzano il pet food industriale, pensando di investire i loro soldi, anche in tempi di crisi, per garantire il benessere dei loro animali o le associazioni che lo utilizzano nei loro canili e gattili, per evidenti necessità legate alla praticità di utilizzo, ma anche per le generose donazioni e sponsorizzazioni che le aziende del petfood fanno loro per aiutarli, apparentemente, oppure per non averle come antagoniste visto che dovrebbero essere l’equivalente del movimento dei consumatori per gli umani. Identico discorso vale anche per le organizzazioni di categoria dei veterinari che, come dimostra l’inchiesta di Report, uniscono fin troppo spesso, per non dire sempre, convegni scientifici con sponsorizzazioni che portano ad un inevitabile condizionamento, sia economico che informativo.

Per aver espresso questa opinione, che ritengo legittima, sono stato attaccato, reo di essere troppo integralista per avere l’idea che non ci debbano essere commistioni fra aziende produttrici ed associazioni che si occupano della tutela degli animali, visti i troppi buchi neri che sono la connotazione della loro attività. Se gli aiuti, per evidenti ragioni di bilancio e solo dopo aver eseguito i debiti accertamenti sui prodotti e sulla loro sperimentazione, possono essere accettati ritengo che, invece, non sia possibile avere attività di co-marketing con realtà così poco trasparenti contribuendo, anche involontariamente, a rafforzare la positività del loro brand presso i consumatori finali. Inchieste come #troppatrippa di Report devono essere le benvenute, anche per orientare le associazioni a fare attività di lobbie presso il Parlamento e la Commissione Europea al fine di ottenere normative più restrittive sulla produzione e commercializzazione degli alimenti destinati agli animali domestici, contrastando la potentissima lobbie dei produttori e riprendendo il loro ruolo di garanti dei diritti degli animali e della loro salute.  Lo strapotere delle case produttrici di alimenti per animali può essere fermato soltanto dall’intervento di organismi di tutela di chi i cibi li consuma, i nostri animali, cioè le associazioni protezionistiche europee che devono spingere con forza per ottenere modifiche normative chiare, sia per quanto concerne le garanzie della qualità dei prodotti, la loro eticità sotto il profilo dei test eseguiti ma anche e la garanzia che non contengano componenti potenzialmente tossiche, realtà garantita solo da etichette chiare, integrali e leggibili. Bisogna impedire che la cattiva coscienza dei produttori possa essere lavata dalla beneficenza verso le associazioni, che certo aiuta a mantenere gli animali nei rifugi, ma che a quanto sembra e da quanto emerso in #troppatrippa non migliora certamente la loro salute.

 

Perché non si ripeta mai più quanto è emerso da questa inchiesta, che non vorremmo rivedere ecco il video di PETA:

A ognuno vanno le proprie responsabilità: alle aziende produttrici il dovere di rispettare la salute degli animali e l’eticità dei prodotti, mentre alle associazioni di tutela degli animali il dovere di no essere compiacenti in cambio di un’elemosina, che avrebbe un valore esiguo se raffrontato a quella della buona pubblicità indebitamente ricevuta.