troppa trippa per l'industria

Troppa trippa per l’industria verrebbe da dire: dopo l’inchiesta di Report su RAI3 sono scesi in soccorso del miliardario mondo del pet food dai veterinari ai comportamentisti, dalle associazioni alle catene di negozi per alimenti, forse in buona fede ma creando qualche stupore in una difesa a tutto campo.

Dopo aver subito la mia dose di critiche e accuse per aver approvato l’inchiesta di Sabrina Giannini di Report, che ritengo essere stata quasi sempre più che equilibrata, ho deciso di sedermi sulla sponda del fiume, mettermi comodo e leggere il torrentizio diluvio di scritti a difesa,  talvolta dell’indifendibile.

Veterinari ed esperti che hanno asserito come il cibo industriale sia meglio dell’orrendo cibo fatto di avanzi di cucina, pieno di sale, di grassi e scarsamente adatto a un cane, considerazione che non pare essere una grande scoperta, più o meno come se avessero scritto che il virus dell’ebola sia più pericoloso di quello del comune raffreddore.

Nessuno ha mai difeso il cibo fatto di scarti unti della peggiore mensa casalinga ma come sempre dovrebbero prevalere il buon senso e le vie di mezzo: sarà meglio per cani ed umani avere un’alimentazione casalinga, con tutte le problematiche di tempo che questa richiede, oppure mangiare sempre alimenti preconfezionati?

Troppa trippa per l’industria degli alimenti per animali

Il cibo industriale non è il demonio, ammettiamo che rappresenta una comoda scorciatoia alla preparazione domestica,  ma anche che questa scorciatoia sia incentivata da rassicuranti messaggi di marketing che alimentano il consumo, che a sua volta alimenta un mercato in continua e costante crescita, ad alto tasso di guadagno.

Qualche problema di coerenza sembra esserci nella difesa del cibo industriale quando proprio politici, associazioni e parte del mondo veterinario hanno caldeggiato per anni, sino ad ottenerlo, di avere la possibilità di recuperare il cibo delle mense, proprio per sopperire alle croniche mancanze di fondi dei canili.

Sono certo con questa richiesta non volessero accorciare la vita degli ospiti dei rifugi. Il punto debole del ragionamento sta proprio nella difesa a tutto campo del cibo industriale, che sembra per molti veterinari esente da ogni problematica, trascurando una serie di aspetti già affrontati nell’inchiesta di Report e nel precedente articolo sullo stesso argomento.

Le multinazionali che producono, distribuiscono e commercializzano il cibo per gli animali sono ben lontane dall’essere compagnie caritatevoli, avendo per legittimo scopo quello di produrre profitto per i loro azionisti, coniugandolo con l’offerta al pubblico di prodotti che devono o dovrebbero essere di qualità e certamente non tossici.

Quest’ultimo aspetto qualche dubbio lo crea, vista la presenza di ingredienti ritenuti  probabilmente cancerogeni, ma c’è un altro argomento che è stato improvvisamente sottratto alla discussione: il costo al pubblico dei cibi per animali.

Come la mettiamo infatti con i prezzi di vendita di queste leccornie, dove gli additivi son di casa perché vitamine e altre componenti indispensabili vanno distrutte nei procedimenti industriali,  che superano di “n” volte, a parità di contenuti, quelli dei cibi destinati all’alimentazione umana, pur trattandosi di sottoprodotti e di scarti della macellazione come ossa, pelli, cartilagini e unghie?

Difficile capire come un un sottoprodotto possa diventare un prodotto “top quality”,  grazie a un bell’imballaggio, a una buona campagna di marketing e al fattore beneficenza. Infatti è proprio dalle attività di charity che le multinazionali ottengono un’immagine “da buon samaritano” che dona  cibo agli animali in difficoltà: in realtà questa attività non sono propriamente ispirate alla filantropia, considerando che il dono avviene quasi sempre in cambio di visibilità verso il pubblico.

Un sistema di marketing legittimo, che non dovrebbe dare l’illusione al consumatore che dietro queste operazioni ci sia esclusivamente pura beneficenza.

I produttori di cibo ci tengono a presentarsi come dei benefattori

Le difese del cibo industriale, declinato in mille marchi e in pochi player che giocano sulle grandi fette del mercato,  sono state abbastanza deboli, puntando tutto sul fatto che il cibo non fosse nocivo agli animali, ci mancherebbe solo questo, e che fosse più sano rispetto a due mestoli di spaghetti alla carbonara.

Nessun accenno ad esempio, da parte dei veterinari, al rilievo mosso da Report sul  punto che le case produttrici di cibo, multinazionali come Nestlè e Mars, siano onnipresenti nei i loro convegni, forniscano materiale e in fondo rappresentino un supporto di tutto rilievo e onnipresente per gli eventi formativi della categoria.

Certo le case produttrici di alimenti sono in buona compagnia: questi eventi sono infatti contesi fra produttori di alimenti e case produttrici di farmaci veterinari. In fondo il farmaco e il cibo per animali hanno un comun denominatore: il moltiplicatore che trasforma scarti di macellazione o molecole già diventate farmaci generici a basso costo in prodotti ad uso veterinario o per l’alimentazione animale, anche medicata, con un alto valore aggiunto.

In Italia l’uso dei farmaci generici per uso umano è diventato un obbligo per i pazienti che non vogliano pagare costi superiori per medicinali il cui brevetto è scaduto, mentre lo stesso principio non può essere adottato per gli animali, che essendo a carico soltanto dei loro detentori e non del servizio sanitario nazionale, possono essere spremuti a tutto vantaggio delle case farmaceutiche.

Un farmaco per umani può essere prescritto da un veterinario soltanto attestando l’assenza di un prodotto veterinario equivalente, che contenga quindi lo stesso principio attivo, pena una sanzione amministrativa a carico del veterinario che può anche sfociare in un provvedimento disciplinare.

Poco sembra importare al legislatore che lo stesso principio attivo contenuto in un farmaco generico, se contenuto in una specialità ad uso veterinario, possa moltiplicare di diverse volte il suo valore rispetto al corrispondente umano, gravando sulle tasche di chi deve curare il proprio animale, troppo spesso con grande fatica in periodi come questo.

L’industria, è innegabile, ha capito da tempo il valore aggiunto che gli animali da compagnia hanno per le persone e per questo trae profitto approfittando degli spazi, dei vuoti normativi oppure delle fin troppo presenti leggi a tutela delle big pharma, come nel caso del divieto di prescrivere, per un veterinario, farmaci generici ad uso umano.

Per questo gli uffici marketing e pubbliche relazioni delle case di pet food hanno sferrato un attacco concentrico sull’inchiesta #troppatrippa di Report , costretti a scendere in campo per non rischiare di essere travolti da fatti inconfutabili, come l’etichettatura insufficiente, la presenza di ingredienti non dichiarati e sospetti di essere tossici, l’uso di proteine vegetali in cibi per gatti, animali che sono carnivori a tutto tondo, e altre amenità non secondarie, come la presenza di muffe, descritte nell’inchiesta, ma sparite dagli argomenti a difesa del pet food.

Fra le argomentazioni sparite vi è la questione spinosa degli animali appetitori, usati non solo per testare il gusto del cibo come si afferma, ma anche per valutare l’efficacia e la non tossicità dei cibi, medicati  o meno. In questi centri le telecamere di Report non sono state fatte entrare con la scusa della tutela del segreto industriale, una scusa davvero molto poco credibile.

In fondo il sospetto rimane ed è stato ben evidenziato da Report:  il mercato degli animali da compagnia rappresenta una fetta di fatturato molto importante per l’industria, in un settore in cui l’attenzione del consumatore verso il prezzo e la qualità è falsata da brillanti operazioni di marketing e dall’affetto  delle persone per i propri beniamini.

Pensate solo alle pubblicità, dove gatti e cani d’aspetto blasonato si dirigono, con passo felpato e gioioso o con irruente gioia, verso una ciotola che spesso contiene sottoprodotti di macellazione e altri ingredienti commestibili, appetibili ma anche molto meno nobili.

Sotto il profilo etico ben venga che nulla che derivi dalla morte di un animale venga sprecato, però deve avvenire secondo regole certe, con etichettature trasparenti per ingredienti e additivi, con centri di ricerca visitabili e prezzi di vendita che non siano addirittura superiori, in troppi casi, al costo del cibo per gli umani.

I consumatori e gli animali devono essere tutelati e non lo si può fare se sono le lobby a stabilire le regole, in un settore che genera profitti da capogiro.