#StopYuLin2015 potrebbe essere realtà

#StopYuLin2015 potrebbe essere una realtà per il prossimo anno. In questi giorni, con il festival di YuLin in pieno svolgimento, ho visto foto, fotomontaggi e una carrellata di atrocità davvero eccessive. Le immagini sono importanti, ma alcune volte sembra ci sia la ricerca di sbattere in prima pagina il male, l’atrocità, ma non la riflessione.

Del resto è provato da studi scientifici che le persone di fronte alla violenza si girano dall’altra parte: per questo trovo più adatta una vignetta, non meno forte per il pensiero, ma più adatta ad invogliare a proseguire un ragionamento.

Eppure mai come quest’anno è stata data una grande spallata alla porta che custodisce il festival dell’orrore, non e non solo perché si consuma carne di cane, ma perché il livello di indifferenza/violenza raggiunto dal festival di YuLin è insopportabile per il mondo occidentale, e non soltanto per l’occidente. Ci sono state grandi mobilitazioni contro il festival e le maggiori televisioni del mondo, compresa la RAI che ha mandato un inviato, hanno messo sotto la luce dei riflettori le atrocità commesse in nome di una tradizione antica, tanto antica quanto insopportabile come tutte le superstizioni. Su questo noi italiani dovremmo solo avere il buon senso di restare in silenzio perché sfortunatamente, con grandi differenze almeno nei  numeri, siamo accomunati nella stessa primitiva ignoranza. I cinesi mangiano i cani perchè credono che questo conferisca loro una grande potenza sessuale, in Italia spariamo sui due lati dello stretto di Messina ai falchi pecchiaioli, gli adorni, perchè ucciderne uno mette l’uomo al riparo da tradimenti coniugali. Per non parlare poi dei gatti neri che portano sfortuna, delle vipere che soffocano i bambini attirate dall’odore del latte o dei pipistrelli che si attaccano ai capelli e poi bisogna solo tagliarli per liberarsene. Così, sempre presi da trovare un diverso da colpevolizzare, è stata data poca visibilità agli attivisti cinesi per i diritti degli animali, gente che rischia molto più di alcuni eroi di Twitter, pochi per fortuna, capaci di 50 tweet/ora, fatti troppo spesso con la speranza di cogliere lo sgomento con immagini sempre più terrificanti. Una volta c’era la TV del dolore, oggi esiste una piccola porzione della rete dove c’è la voglia di contare i retweet per sentirsi importanti, essere parte di una battaglia condotta dal salotto di casa. Per fortuna ci sono diverse anime sulla rete e moltisime non cercano effetto o risonanza, ma solo divulgazione e conoscenza.

La Cina non è un paese democratico, è ancora uno stato di polizia dove gli attivisti, qualsiasi diritto difendano, corrono seri rischi di essere perseguitati, incarcerati per tempi lunghissimi, privati di ogni diritto. A loro va l’esclusivo merito di aver fatto cose grandissime in un paese come la Cina, dimostrando come la criminalizzazione di un popolo sia la più grande idiozia che una persona possa fare, se non opera distinguo culturali, di azione, di contesto. Sono proprio gli attivisti ad aver gettato un seme perché quest’anno possa essere davvero quello dello #StopYuLin2015, dimostrando e sfidando le autorità con la copertura del mondo dell’informazione. In un paese come la Cina se si permette ai reporter di filmare gli orrori è solo perché più questi saranno conosciuti, e avversati, più grande diverrà l’immagine di chi fermerà l’anacronistico festival di YuLin che potrebbe davvero non avere replica. Questa tolleranza verso l’informazione, unita alla linea morbida con gli attivisti, farebbe pensare alla volontà di chiudere con questa vergogna nazionale, indegna di un paese del terzo millennio, con i piedi ben piantati nella tradizione ma con la testa certamente orientata verso business e mercato. Questo mi porta a pensare che in un futuro molto prossimo davvero possa esserci un definitivo #StopYuLin.

Noi europei però non dimentichiamoci dei nostri allevamenti intensivi, dove le crudeltà non riguarderanno i cani, ma non per questo sono meno gravi: la sofferenza non conosce specie, come la tortura e i diritti, quelli che vogliamo per gli animali, devono esistere anche per tutte le categorie fragili, compresi i #migranti a cui molti, troppi, vorrebbero sospendere ogni diritto. Forse soltanto a causa di una grande differenza con i cani cinesi: loro vorrebbero condividere un po’ del nostro eccessivo benessere.