Militanti di Greenpeace contrastano le baleniere giapponesi.

Militanti di Greenpeace contrastano le baleniere giapponesi.

La sentenza del tribunale internazionale dell’Aja che ha stabilito il divieto per il Giappone di continuare a praticare la caccia ai cetacei, in nome di una finta ricerca,  ha un valore storico, non solo per l’integrità della loro popolazione, sempre più minacciata dal peggioramento delle condizioni ambientali di mari ed oceani, ma soprattutto per l’inversione di rotta che testimonia.

In questi anni solo poche organizzazioni hanno davvero combattuto contro lo strapotere dei giapponesi, che per garantire il consumo di carne di balena hanno giustificato questa caccia sotto la bandiera della ricerca: Greenpeace e Seashpherd

Senza queste ONG probabilmente il mondo non avrebbe mai conosciuto le atrocità della caccia ai cetacei, la loro sofferenza, l’assurdità di compromettere la loro sopravvivenza più di quanto già non lo faccia la salute dei mari. La balena è il mammifero più grande della terra, ha una struttura sociale che lascia allibiti, con una capacità di comunicare con suoni che si sentono a chilometri, suoni così dolci e rasserenanti da essere conosciuti come il “canto delle balene”. 

Noi piccoli uomini, che poco sappiamo sulla natura e tanto riteniamo a torto di conoscere, abbiamo per anni sfruttato senza limite i nostri mari credendoli una risorsa infinita, li abbiamo usati come pattumiere per i rifiuti tossici e li abbiamo spopolati dalle creature più intelligenti: i cetacei. La sentenza del tribunale internazionale sposta l’ago della bilancia dai buoni rapporti economici con il Giappone a quelli basati su dati scientifici e sulla necessità di preservare la vita di creature meravigliose. Un punto dal quale poter ripartire con una diversa sensibilità.

Forse oggi è davvero una grande giornata, il momento di un ritorno verso la saggezza: difficile crederlo davvero, ma certo un messaggio di grande speranza. Fino a quando i cetacei marini solcheranno i nostri mari, liberi, porteranno un messaggio di speranza anche per noi: proprio il messaggio inverso che possono trasmetterci i cetacei prigionieri nei parchi acquatici, dimostrazione ulteriore della nostra arroganza.