sofferenza animale non significa percosse

Sofferenza animale non significa percosse troppo spesso viste come unico indicatore della presenza di un maltrattamento. Certo la violenza fisica, nei confronti di uomini e animali, rappresenta un parametro facile e palese per identificare un’azione negativa che genera sofferenza. Ma non è l’unico fattore in grado di provocare dolore e patimento.

Troppo spesso le azioni sono giudicate più gravi delle omissioni, come se queste ultime fossero solo in grado di produrre lievi mancanze rispetto al benessere di un essere vivente.

Capita spesso di sentire che il maltrattamento di un animale sia la conseguenza della commissione di un atto violento nei suoi confronti oppure la presenza di ferite.

Invece se l’ambiente, lo spazio vitale, fosse correttamente analizzato questo dimostrerebbe senza equivoco che la sofferenza animale non significa, soltanto, percosse, violenza o ferite.

Il concetto di benessere, stato armonico che rappresenta l’esatto opposto del malessere e quindi della sofferenza, viene legato a situazioni e comportamenti che, astratti dalla valutazione del luogo dove l’animale vive, non possono costituire indicatori positivi assoluti: mangiare, avere un bel pelo, riprodursi o muoversi.

L’orso è uno degli esempi tipici di maltrattamento silente quando è detenuto in cattività, che nel 99% dei casi significa per un plantigrado un pessimo modo di trascorrere la sua vita. Come Renato, l’orso bruno recluso in un recinto del parco di Cavriglia e recentemente soppresso a causa della vecchiaia, che ha vissuto in cattività per 37 anni, nella noia più completa e nel mancato esercizio dei suoi bisogni etologici.

Però è vissuto a lungo, molto più a lungo di tanti suoi simili detenuti negli zoo. Possiamo usare la lunghezza della vita come un indicatore del fatto che l’orso stesse bene e non fosse sottoposto a maltrattamenti?

Certamente no e i suoi 13.505 di giorni di cattività sono trascorsi uno dietro l’altro, uno dopo l’altro, tutti uguali l’uno come l’altro e hanno svuotato l’orso della sua essenza, lasciando un simulacro animato, vivente.

Purtroppo il rapporto con gli animali spesso tiene conto della loro vicinanza al nostro mondo: per questo un cane in un canile spesso suscita in molte persone sentimenti di pietà maggiori di quanto non facciano gli animali del circo o degli zoo.

Il cane è come se fosse una parte della vita dell’uomo e viene osservato, percepito, in modo diverso, con maggiore attenzione verso le sue necessità, talvolta anche in modo eccessivo evidenziando maltrattamenti che spesso non ci sono.

Quando riusciremo a spezzare la catena di pregiudizi che ci porta a vedere alcuni animali come contenitori vuoti, fatti solo del loro involucro esterno che se non presentano ferite, sembrano in carne, hanno una bella pelliccia e deambulano senza zoppicare dimostrano l’assenza di maltrattamenti.

ll benessere però di fatto significa altro, è un concetto che include sia lo stato fisico che quello mentale, spirituale e non c’è benessere, non ci può essere benessere, in un vivente costretto in uno spazio dove nulla gli consente di fare quello per cui la natura ha plasmato la sua evoluzione. Animale umano o non umano che sia.

Non ci sono orsi felici in gabbia, pappagalli contenti legati a un trespolo, leoni che assomigliano a Alex di Madagascar, il famoso cartoon, negli zoo. Ma sono solo anime perse imprigionate dentro il corpo di un animale. Umano o non umano.