sarebbe responsabile chiudere la caccia

Sarebbe responsabile chiudere la caccia. non perché lo dicono gli animalisti, non per una tutela dei diritti della fauna, ma per la sostenibilità ambientale.

Non bisogna essere sostenitori dei diritti degli animali per capire che l’attività venatoria rappresenta un danno ambientale che il pianeta non è più in grado di sopportare, unito a tanti altri.

Inutile raccontare che i cacciatori sono i custodi della fauna e che grazie alla loro attività si garantisce non solo l’equilibrio delle popolazioni selvatiche ma anche il costante ripopolamento.

Infatti grazie alla liberazione di tantissimi animali, che serviranno soltanto a soddisfare il carniere delle doppiette, nulla cambia nella consistenza faunistica, specie per quanto concerne le specie migratrici.

Sarebbe responsabile chiudere la caccia semplicemente perché al di la di ogni contrapposizione fra sostenitori e antagonisti dell’attività venatoria questa non è più compatibile con la tutela dell’ambiente e del patrimonio faunistico, che come recita la legge è tutelato nell’interesse della comunità nazionale e internazionale.

Parlando di caccia alla selvaggina stanziale bisogna infatti prendere atto che le specie più cacciate sono quasi tutte oggetto di ripopolamenti che non ripopolano: fagiani, starne e lepri vengono allevate per essere liberate prima dell’apertura di caccia per garantire ai cacciatori di poter avere animali ai quali sparare.

Se non ci fossero i ripopolamenti i cacciatori non troverebbero più un fagiano, una lepre o una starna e questo da anni e anni. Le popolazioni di queste specie sopravvivono infatti solo nelle aree protette, dove la caccia non viene praticata e dove la pressione del bracconaggio non è così micidiale.

Qualcuno potrebbe obiettare che allora la caccia non provochi danni, visto che viene praticata su animali d’allevamento ma non è così. Alla fine di ogni estate centinaia di migliaia di cacciatori invaderanno le campagne arrecando disturbo a tutta la fauna. Senza considerare i tantissimi episodi di bracconaggio, i feriti e i morti e l’impossibilità per i cittadini di poter godere dell’ambiente naturale per diversi mesi.

Parlando sempre di fauna stanziale resta una popolazione stabile di ungulati e una in crescita di cinghiali, questi ultimi a causa di immissioni selvagge messe in atto dai cacciatori per garantirsi le prede. Una caccia che a tutto serve fuorché a contenerne il numero, ma anzi, che con abbattimenti dissennati ne aumenta i tassi riproduttivi.

Senza parlare del contrasto costante messo in atto dalla componente venatoria nei confronti dei predatori: lupi, volpi, orsi e tutte le altre specie che possono competere con loro nella predazione delle specie oggetto di caccia. Per questo i cacciatori continuano a gettare benzina sul fuoco per la presenza ad esempio dei lupi.

Mettendo anche in atto reiterate azioni di bracconaggio, che spesso vedono come responsabili dei cacciatori che, seppur a conoscenza della normativa nazionale e internazionale che li tutela, si trasformano in bracconieri senza scrupoli.

Diverso è il discorso per quanto riguarda la fauna migratoria, un patrimonio planetario, sempre più in difficoltà a causa dei cambiamenti climatici, della riduzione delle aree destinate alla sosta e alla riproduzione, della siccità e di un costante incremento della popolazione umana.

In queste condizioni mettere in atto ulteriori azioni dannose, soltanto per scopi ludici di puro divertimento, è un gesto incosciente forse non ancora sufficientemente avversato dalla componente scientifica e sicuramente dalla politica, troppo interessata a raccogliere i voti di cacciatori e indotto.

Se i governi del mondo non smetteranno di guardare solo a quella che potremmo definire un’economia di guerra, praticata costantemente a danno dell’ambiente che rappresenta un patrimonio planetario del quale dovremmo considerarci custodi e non padroni, rischiamo seriamente che la rarefazione di molte specie arrivi a una soglia di non ritorno.

Lo dimostrano i drastici cali nelle popolazioni di uccelli migratori anche quando scarsamente toccati da attività venatoria e bracconaggio come ad esempio le rondini.

La flessione della consistenza delle popolazioni dei migratori dovrebbe portare a fare delle riflessioni non soltanto gli animalisti o il fronte anti caccia, ma tutti quelli che abbiano a cuore il futuro del patrimonio faunistico mondiale.

La caccia è anacronistica, non ha futuro e rappresenta un grave pericolo non solo per la fauna ma anche per l’uomo e l’ambiente come dimostrano le tonnellate di piombo e di plastica che ogni anno vengono riversate in natura dai cacciatori.

Occorre essere sempre più responsabili nel considerare le attività umane se non vogliamo imboccare strade pericolose, molto più pericolose di quelle che già abbiamo percorso.

Ora non possiamo dimenticare che siamo consapevoli dei danni che causiamo, dati scientifici alla mano, e di quanto l’ambiente e la fauna siano sotto pressione.