salviamo il pulcino maschio

Salviamo il pulcino maschio è una recente campagna di Coop, catena di supermercati più attenta di altre al benessere animale. Ma non tutto quello che luccica è oro: salvare il pulcino per ora significa non ucciderlo alla nascita, ma farlo diventare un galletto. Un’operazione che definire un salvataggio sembra, però, davvero un abuso dei termini e della buona fede dei consumatori.

Coop si schiera contro la pratica di uccisione dei pulcini maschi, che una volta sessati vengono “scartati” in quanto maschi e quindi improduttivi. Una piccola parte sono allevati ma i più finiscono tritati: un’operazione orribile che ha il solo vantaggio di dare la morte in pochi secondi. Ci sono state diverse inchieste di associazioni animaliste su questo argomento come potete leggere in questo precedente articolo.

In Germania da poco tempo sono sul mercato le uova etichettate Respeggt commercializzate negli scaffali dei supermercati tedeschi Rewe Group. Per produrre queste uova non sono stati sacrificati pulcini maschi nella filiera produttiva. Come spiega questo articolo le uova dei pulcini maschi vengono identificate con un marcatore e non vengono incubate. Una procedura innovativa che impedisce nascite in esubero.

L’importanza di non far nascere

Evitare la nascita dei pulcini, ovviamente, li risparmia dal sacrificio e quindi evita, questa volta si, una sofferenza inutile: la morte di animali nati senza un motivo. Questa sarebbe un’operazione intelligente di una filiera cruelty free, che però non è quella che propone COOP. In Italia siamo in ritardo, pur con ancora qualche imprecisione del metodo di sessaggio tedesco, che non ne giustifica affatto la mancata adozione.

L’operazione di marketing di COOP gioca con il claim “salviamo il pulcino maschio” , che non è falso (il pulcino non viene tritato) ma nemmeno vero. L’azione si potrebbe definire forse verosimile, ma certamente non vera. La salvezza di un essere vivente non può passare da un diverso ciclo di produzione. I pulcini maschi, infatti, anziché essere tritati, vengono allevati come galletti e macellati a un paio di settimane di vita, più o meno. Considerando che la vita massima di un pollo di un allevamento industriale è di 60 giorni.

Giorni e settimane che la maggioranza dei polli passano in capannoni al chiuso o comunque in condizioni che nulla hanno a che vedere con la soddisfazione dei loro bisogni etologici. E questo vale per circa 500 milioni di polli che ogni anno, solo in Italia, sono prodotti dall’industria della carne.

Quindi definire l’operazione “salviamo il pulcino maschio” come qualcosa di diverso da un’attenta attività di marketing non deve essere considerato un eccesso. Un tentativo di convincere il consumatore di quanto sia etico allevare e non tritare i pulcini. Ma se la morte, sempre orribile, nella tramoggia dura secondi la sofferenza di un pulcino allevato dura settimane, se è passata all’interno delle fabbriche della carne.

Attenzione alle operazioni di marketing

In questo periodo storico l’industria ha ben compreso come l’attenzione delle persone per l’ambiente e gli animali sia molto più forte che in passato. Per questo vengono fatti passare a ripetizione concetti come sostenibile, ecologico, naturale, cruelty free. Ma non sempre corrispondono al vero, ingannando il consumatore (senza commettere frodi) e sfruttando la sua consapevolezza parziale per spingerlo a consumare prodotti che ritiene etici, corretti. Invece non tutto quello che è naturale è sempre privo di tossicità, nulla di quello che è green è a inquinamento zero.

Un auto ibrida è meglio di una diesel e un auto elettrica è meglio di un’autovettura ibrida -solo per fare un esempio- ma questo non significa che siano a impatto zero. Dobbiamo essere consapevoli che nulla è a impatto zero e quindi dobbiamo cercare di fare scelte responsabili, privilegiando sempre ciò che inquina meno o genera minor sofferenza, nel caso delle uova.

Occorre informarsi correttamente senza credere a tutto quanto viene raccontato: le bugie, purtroppo, non sempre hanno le gambe corte. Di questo spesso siamo però responsabili noi, che non guardiamo le cose con sufficiente occhio critico. Lasciando in mano all’industria un grande potere di manipolazione dei consumatori, spinti a farlo ben oltre i loro reali bisogni.