rispettare i diritti degli animali

Troppo spesso far rispettare i diritti degli animali diventa una cosa difficile, nonostante ci siano leggi, seppur poche, che riconoscono limiti invalicabili. Confini oltre i quali il malessere, il disagio psichico e la sofferenza diventano palpabili, si riescono a delineare, facendosi concreti oltre le nebbie dell’indifferenza. Che spesso porta a considerare lecito, e legalmente spesso lo è, quanto moralmente è invece inaccettabile.

Il concetto di inaccettabile, però, per molte ragioni varia a seconda della specie e del grado di sensibilità che un animale riesce a attivare nel nostro cervello. Questo comporta un’alterazione del concetto di “diritto”, che anziché restare rigido come una barra d’acciaio diventa materia elastica. Dipendendo da quanto chi giudica si senta empatico verso l’animale, da quanto conosca dei suoi bisogni e delle sue necessità etologiche. Anche sui social l’attenzione viene condizionata da quanto un’immagine grondi violenza o da quanto sia robusta l’invettiva che l’accompagna. Contribuendo a far dimenticare molta parte del resto. Compresi i diritti inalienabili degli esseri viventi che noi umani abbiamo riconosciuto come esseri senzienti.

Il rispetto è un sentimento che dovrebbe tradursi in un obbligo

In tanti ci siamo indignati per quello che sta accadendo agli orsi del Trentino, e lo abbiamo fatto con buone, anzi ottime ragioni. Visto che il governatore Maurizio Fugatti si è comportato come un carceriere insensibile, pur avendo dei doveri di buona custodia e di rispetto, elusi grazie anche a un poco di insipienza istituzionale.

Doveri che sono stati calpestati in nome del tornaconto politico e da una buona dose di indifferenza verso la sofferenza degli orsi. Fugatti si è comportato proprio come fanno i bambini, che ogni giorno alzano con i genitori l’asticella della sfida per capire sino a che punto possono spingersi. E su questo ha avuto decisamente troppo spazio. Godendo anche di qualche complicità, perché chi ha l’obbligo di denunciare e non lo esercita diventa complice.

Rispettare i diritti degli animali deve essere visto come un dovere per tutti, istituzioni e cittadini

Anni di controlli attenuati, di carenza di organici dei controllori e di leggi spesso inefficaci hanno consentito ad alcuni settori di trattare gli animali come fossero cose. Esseri animati utili a soddisfare le necessità umane, principalmente in due grandi settori, che sono quelli che contano il maggior numero prigionieri: quello della zootecnia e degli animali da compagnia. Quest’ultima affermazione susciterà forse perplessità, ma il numero dei prigionieri in gabbie, terrari e acquari lo certifica Assalco.

Privazioni e sofferenze sono subite infatti anche dai milioni di animali da compagnia, tenuti prigionieri nelle nostre case. Per soddisfare le necessità di persone che credono di amarli, senza chiedersi troppo sul rispetto dei loro bisogni. Alimentando un mercato che crea sofferenza sin dall’inizio della “filiera”: l’allevamento o la cattura dei pets. Che serve a mantenere in cattività 29,9 milioni di pesci e 12,9 milioni di uccelli, quasi sempre privati della possibilità di volare.

Eppure queste realtà non riescono a creare un movimento di opinione grandissimo e senziente, privo di isterismi e esagerazioni, che chieda una rigida applicazione delle normative esistenti sul benessere degli animali. Senza nulla togliere allo splendido risultato della campagna #EndTheCageAge, che ha portato a raccogliere in tutta Europa quasi 1,5 milioni di firme. Per chiudere l’era degli allevamenti di animali in gabbia. Però sarebbe ingiusto negare che la sorte degli animali da reddito susciti minor empatia di cani e gatti, specie nella società onnivora. Nonostante le molte inchieste fatte da associazioni e giornalisti che hanno dimostrato atrocità e maltrattamenti.

La “distrazione” dell’opinione pubblica sugli allevamenti intensivi è legata a non voler sapere da dove viene il cibo che vien messo nel piatto

Questa disattenzione ha consentito di alzare sempre più il limite di quanto sia ritenuto un comportamento lecito nell’allevamento degli animali. Illudendo i consumatori che il benessere animale tanto sbandierato dalle catene della grande distribuzione sia reale ed effettivo. Mentre la realtà è fatta di ben altro. Grazie a questa sensibilità differenziata è ancora lecito trasportare su camion animali vivi per migliaia di chilometri, in ogni condizione climatica. Oppure farli viaggiare su navi stalla che partono dai porti della Romania o dell’Australia, solo per citare due Stati lontani fra loro, per farli macellare a destino, dopo viaggi carichi di sofferenza come bolge infernali.

Non viene vista come una follia nemmeno l’ultima idea di allevare bovini su fattorie galleggianti, come recentemente viene sperimentato in Olanda. Dove per rimediare alla carenza di terreni agricoli si sperimentano le nuove frontiere dell’allevamento. Strutture verticali che producono fieno, carne, latte in aziende agricole galleggianti. Presentate al pubblico come realtà linde e colorate, luoghi nei quali i bovini vivono benissimo, pur senza poter calpestare un prato.

Dovremmo pensare di ridurre drasticamente il consumo di carne, non inventarci di allevare vacche sui canali di Amsterdam. In questi tempi si parla più di decarbonizzazione, tema sacrosanto, che non di rispetto per i diritti degli animali. Un limite di questo green deal. Così sofferenza, inquinamento degli allevamenti e rispetto dei diritti restano sullo sfondo, come se fossero soltanto un piccolo tassello di una questione molto più grande. Ma non è affatto così. E le pandemie nascono proprio da questo.