Referendum: hanno perso ambiente e politica

Referendum: hanno perso ambiente e politica, ma anche la società italiana che ha dimostrato di non essere interessata a partecipare alle scelte del paese.

Il voto resta l’unico strumento che hanno i cittadini e l’astensione non può essere considerata l’alternativa all’esercizio di quello che dovrebbe essere visto come un diritto/dovere.

Questo referendum molti non lo hanno capito e forse lì bisogna andare a cercare la motivazione di un’astensione così alta in un’occasione che non parlava solo di trivelle, ma in generale del modo e della priorità che la difesa dell’ambiente richiede. Non è stato capito che questo non era il referendum voluto dalle regioni per mettere un limite temporale alle concessioni di estrazione: i quesiti referendari, in origine, erano 6 e riguardavano tutto il mondo dell’estrazione, compreso la possibilità di installare nuove piattaforme entro le 12 miglia dalla costa. Dopo che il referendum era stato richiesto il governo ha fatto un passo indietro, anzi 5 passi indietro e quello che è stato votato è l’unico quesito rimasto ammissibile, visto che la legge di stabilità aveva, nei fatti, dato ragione ai Consigli Regionali, modificando la normativa e azzerando 5 su sei quesiti referendari proposti.

Guardandola da questa prospettiva hanno ragione molti governatori che hanno detto che il referendum, pur invalidato dalla scarsa affluenza, era già stato già vinto, proprio grazie alla marcia indietro fatta dal governo Renzi, costretto a modificare in fretta e furia la norma. Se nelle modifiche avesse incluso anche la durata delle concessioni, che in nessun paese del mondo sono date senza un limite temporale, l’Italia avrebbe risparmiato 300 milioni di euro e la normativa sarebbe ritornata in un regime di “normalità”.

Invece il governo ha deciso di andare al referendum e chi portava avanti la battaglia del “SI”, che avrebbe ripristinato un limite temporale alle concessioni di estrazione, sottolineo ripirstinato non introdotto, si è trovato a dover percorrere una scorciatoia comunicativa: il referendum è così diventato contro le trivelle. Forse proprio questa scorciatoia ha ingenerato confusione, disaffezione, poco interesse proprio per la non aderenza alla realtà del quesito. Era però una strada senza scelte alternative, come ben sa chi conosce i fondamentali della comunicazione: lo slogan, il claim della campagna deve essere breve e deve colpire. In questo caso ha colpito, ma era anche uno slogan facile da smontare perché solo in parte corrispondeva al vero.

Al di là dei risultati del referendum i cittadini non avendo capito la reale posta in gioco hanno, dal mio punto di vista, creato un danno all’ambiente consentendo a Big Oil di mantenere in esercizio piattaforme non per estrarre combustibili fossili ma per farle diventare dei magazzini marini, dai quali prelevare solo quando e se il prezzo di gas e petrolio risalisse. Una sorta di tesoretto lasciato ai petrolieri, che senza limite temporale potranno decidere se, quanto e quando usare queste risorse. Questa è la vera anomalia, questa è la follia: lasciare le piattaforme a mare senza dare ai petrolieri l’onere di smontarle. Attualmente molte di queste piattaforme non estraggono proprio nulla, non è conveniente in questo momento, pero restano in mare, invecchiano, si corrodono in un ambiente certamente ostile a causa del sale, rischiando di creare problemi serissimi e aumentando, con il passare del tempo, i rischi di un incidente a mare. Perso il referendum non ha vinto il buon senso, ha vinto una lobby, anzi due lobby: quella dei petrolieri e quella di chi vuole abbassare i controlli ambientali, irridendo i rischi, sminuendo la tutela dell’ambiente oppure promuovendola a parole ma contrastandola a fatti. Con l’aggravante che questo referendum ha dimostrato la facilità con cui la nostra società possa essere diseducata, presa in giro ma anche quanto nella realtà ci sia una carenza drammatica di impegno: pensare che l’astensione possa rappresentare la terza è un tarlo della democrazia, un bug nella nostra pur bella Costituzione. In tutti i paesi democratici, realmente democratici, tutte le competizioni elettorali si fanno, si vincono o si perdono, con i voti di chi partecipa alla vita del paese, non con quelli di chi si astiene. Se così avesse realmente dovuto essere i padri costituenti avrebbero previsto che si sarebbe dovuto recare alle urne solo chi avesse voluto votare “SI”, chi avesse voluto votare “NO” non avrebbe dovuto partecipare, molto semplicemente. Se quest’ultimo schieramento fosse stato maggioritario rispetto al numero degli aventi diritto al voto, il referendum sarebbe stato nullo, senza neppure bisogno di effettuare lo spoglio. Ma così non è stato previsto.

In ogni paese civile l’astensione deve o dovrebbe preoccupare, come dimostrazione di disinteresse verso la cosa pubblica, sentimento generalmente alimentato da una sfiducia grave verso le istituzioni. Per questo istigare al’astensione è un insulto nei confronti della democrazia, quasi come se un padre invitasse i suoi figli a disinteressarsi delle questioni di famiglia.

Per questo credo che abbia perso l’ambiente, la tutela dell’ambiente: ora chi governa, ma anche chi governerà questo paese in futuro, ha avuto la dimostrazione che alla società non interessano le scelte ambientali, non interessa il futuro del nostro mare, dell’aria. Basta agitare lo spauracchio dei posti di lavoro, insinuare il solito ricatto che ci deve far scegliere fra salute e lavoro, per poter avere un popolo che trova nobile astenersi, non solo ai referendum ma anche alle elezioni, purtroppo.

La nostra società ha dimostrato che non è interessata a determinare le scelte politiche del paese in materia energetica e ambientale, forse è più interessata al gioco dei social, dove l’eterno scontro fra pro e contro, come sempre condito con bordate di insulti fra i due schieramenti,  prende il posto e il sopravvento sulla vita reale, quella fatta di partecipazione e impegno, non di like o perlomeno non soltanto di like.