Referendum del 17 aprile, non solo trivelle a mare

Referendum del 17 aprile, non solo trivelle a mare ma il futuro di un paese che ha un sacco di ricchezze ambientali, non concretamente tutelate a causa di troppi interessi, lobby e intrecci fra politica e economia.

Proviamo a guardare questi interessi tracciando un tratto d’unione fra tanti piccoli punti, come nei giochi sui settimanali d’enigmistica.

Una grande partita per l’Italia si gioca nella partita sul referendum del 17 aprile, non solo trivelle a mare ma anche e soprattutto un segno per quanti tengono i piedi sulla terra. Una terra, la nostra, quella che poteva vivere sfruttando turismo e bellezze storiche e ambientali che non possiede nessun paese al mondo e che, invece, rischia di morire sotto il peso della “terra dei fuochi”, dell’amianto, delle mancate tutele e delle molte connivenze. Sarebbe un grosso sbaglio pensare che il 17 aprile la partita sia soltanto sulle energie fossili, sul gas, sulla battaglia sterile e demagogica fra ambiente e posti di lavoro. Il referendum 17 aprile, non solo trivelle a mare ma segnale importante per la politica: questa è la realtà, questo è la posta in gioco nella consultazione referendaria.

Non può essere sfuggito agli osservatori attenti un piano sottile ma penetrante di frattura nel campo dei controlli ambientali, in quello della tutela della biodiversità posta sempre in contrasto con l’eterno problema agitato seppur reale di questi anni: la ripresa economica, che sembra sempre essere dietro l’angolo, come i miraggi dei disperati che attraversano il deserto. L’allentamento dei controlli ambientali aiuta sicuramente la ripresa economica, non la salute dei cittadini ma le aride cifre del PIL, in un paese che fra spechi ed evasione fiscale ogni anno si gioca una finanziaria, ma non mostra segni di redenzione su questi argomenti. Purtroppo invece mentre mostra chiari segni di perdizione su altri argomenti altrettanto importanti, bruciati dalle cronache nella solita fiammata di indignazione che si spegne in poche settimane, grazie anche la distrazione degli organi di informazione. Con qualche tratto di penna abbiamo cancellato il Corpo Forestale, dopo aver tollerato per anni una gestione dello stesso non certo illuminata, forse troppo nepotistica, e non contenti sono state distrutte anche le Polizie Provinciali, finendo con la volontà di ristrutturare/destrutturare i NOE, depotenziando il marziano colonnello Ultimo, alias Sergio Di Caprio, forse troppo intransigente. In un colpo solo, anche se apparentemente diluito, si è giunti a un radicale abbassamento del contrasto ai reati ambientali, quelli capaci di aiutare, se non contrastati, la ripresa economica. Proviamo a tornare indietro negli anni, purtroppo pochi per la storia ma tantissimi per la memoria collettiva e vediamo su cosa si è basato, anche in modo importante, il nostro periodo aureo, il boom economico degli anni ’60: amianto, industrie inquinanti, smaltimento dissennato dei rifiuti, avvelenamento di cibi e acque, sfruttamento della manodopera, opere come la diga del Vaiont, sfruttamento delle terre che hanno originato il dramma del Polesine, disboscamento selvaggio e mancata tutela dell’ambiente che hanno flagellato negli ultimi anni Liguria, Toscana e molte regioni meridionali. Le chiamiamo disgrazie, eventi straordinari, calamità naturali come se si trattasse delle piaghe d’Egitto ma in realtà si tratta solo di analizzare dissesti provocati scientemente dall’uomo, con complicità istituzionali che hanno permesso di costruire centri commerciali nelle casse di espansione fluviale, con il solito odore di morte che spesso accompagna la peggior economia.

Referendum 17 aprile, non solo trivelle a marePer questo il referendum del 17 aprile non è solo un referendum contro i regali ai petrolieri, messi chiaramente in luce dagli avvenimenti su cui indaga la magistratura di Potenza, per le concessioni di Tempa Rossa e lo scempio della Val d’Agri, per petrolio che verrà estratto per essere esportato e che non servirà per niente all’autosufficienza dell’Italia. Non è nemmeno un referendum fra una “scellerata difesa ambientale”, come qualcuno racconta, e la tutela dei posti di lavoro: basterebbe un solo incidente a mare, in una piattaforma di estrazione degli idrocarburi, per creare un danno economico e occupazionale senza paragone in un paese che vive anche di turismo e di pesca, di bellezze naturali e della fascinazione che l’Italia crea sui cittadini europei, e non solo, che non hanno questa fortuna di poter vivere nella culla della civiltà e in un paese che ha una biodiversità che va dalle Alpi a Lampedusa, con il suo grande cuore.

Per questo dobbiamo votare perché noi italiani abbiamo un debito verso il nostro paese che raramente abbiamo assolto: dobbiamo difenderlo con la partecipazione, con il sacrificio, con la rinuncia dimostrando la nostra gratitudine per aver avuto la fortuna di essere nati e abitare un paese tanto meraviglioso, gridando al mondo la volontà di difenderlo dai petrolieri, dagli speculatori, dagli arroganti e da quanti credono che siamo un popolo troppo pigro, addormentato, per difendere i suoi diritti. Per questo dobbiamo votare il 17 aprile, non solo per dire si o no, non solo per voler dare un segno ai petrolieri ma per dare un grande segno alla politica: siamo stanchi di governanti che non rispettano la volontà del popolo, per far sapere che siamo diventati consapevoli che per la democrazia, quella vera, bisogna lottare e impegnarsi e che per questo ci saremo. La competizione referendaria la vincano gli italiani, ma per il SI o per il NO dimostrino che non siamo più un popolo di sudditi ma di cittadini che vogliono partecipare e che si sono stufati del potente di turno, quale che sia la sua bandiera, la sua fede politica, il suo racconto affabulatorio. Ora vogliamo partecipare, abbiamo deciso e ci saremo (spero).

Referendum 17 aprile, non solo trivelle a mare