Randagismo, un costo alimentato dagli enti pubblici

Randagismo, un costo alimentato dagli enti pubblici grazie a una colpevole inerzia che dura dalla metà del secolo scorso quando il Testo Unico di Polizia Veterinaria vide la luce, sancendo l’obbligo per i comuni di avere proprie strutture di ricovero per cani e gatti randagi.

Certo allora i canili erano luoghi di concentramento e rapida soppressione degli animali e la motivazione originale era la prevenzione della diffusione della rabbia. Ma su quella norma si basa ancora oggi l’obbligo per i Comuni, singoli o in consorzio, di avere proprie strutture da destinare al ricovero dei randagi.

L’inadempienza a questo precetto è stata pressoché totale per decenni e decenni, fino a quando almeno nel nord del paese, seppur in modo molto frammentario, molti Comuni si sono dotati di strutture proprie mentre ancora tantissimi si appoggiano a strutture private in convenzione (forse proprio i canili sono stati l’inizio di una sanità data in convenzione ai privati). Al Sud invece la quasi totalità dei Comuni non ha strutture proprie e questo rappresenta un danno grande alla lotta contro il randagismo, aggiungendo che spesso quando ci sono sono talmente inadeguate da finire sotto sequestro.

 

Essendo però noto a tutti, anche ai più sprovveduti amministratori dell’ultimo comunello italico, che il fenomeno del randagismo si alimenta grazie a una riproduzione incontrollata degli animali, sia già randagi che di proprietà lasciati liberi di vagare senza alcun controllo, pare evidente che se lo si vuole davvero combattere bisogna spezzare il cerchio riproduttivo degli animali. Pare altrettanto evidente che se i Comuni e le strutture sanitarie della regione non si applicano in modo costante, serio, programmato e pianificato i soldi che vengono destinati a questo settore servano a poco, per non dire a nulla. Leggendo gli articoli che compaiono sui giornali, con particolare riferimento alle testate meridionali, parrebbe che randagismo, anagrafe canina, microchip e sterilizzazione siano argomenti che si affacciano all’onore delle cronache spesso come novità assoluta: così si possono leggere notizie di vigili appena dotati di lettore di microchip, di campagne di adozione dei cani dei canili che prevedono l’esenzione delle imposte sui rifiuti oppure di sindaci che dichiarano candidamente di non avere un canile convenzionato a causa dei costi oppure dichiarano che la guerra al randagismo è iniziata, con soli 80 anni di ritardo.

Il randagismo e la sua gestione sono spesso lasciati sulle spalle dei volontari, delle associazioni, piccole, medie e grandi, splendide realtà che però può succedere che accompagnino la loro lodevole attività a uno spirito pioneristico, fatto talvolta di inevitabile approssimazione. Del resto il volontariato fa quel che può con il cuore e spesso con il portafoglio, tranne nei casi in cui non si tratti di situazioni truffaldine dove si specula sui randagi, ma appare evidente che i programmi per essere efficaci debbano essere strutturati e pensati da chi gestisce la cosa pubblica, non affidati alla buona volontà dei cittadini.

Assistiamo invece a una continua delega, anzi più che delega una completa devoluzione di compiti, degli enti pubblici verso il volontariato, spesso con uno scopo ben preciso: togliere i cani dal territorio e mandarli al nord, spesso con adozioni felici, altrettanto spesso con viaggi della speranza i cui racconti hanno riempito la rete e purtroppo anche i canili del nord. Sarebbe bello pensare di riuscire a creare un circolo virtuoso che consenta di incrociare i bisogni dei cani con i desideri degli aspiranti proprietari, ma questo dovrebbe costituire un volano virtuoso non lo sbocco di un canale di uno scolmatore che riversa animali indesiderati, spesso senza alcun criterio di abbinamento con i potenziali adottanti. Spesso, e non finirò mai di ripeterlo, con viaggi che finiscono sotto i ponti della tangenziale, in aree di servizio dove staffette e aspiranti padroni si scambiano gli animali come dei trafficanti di cuccioli. Dove qualche cane scappa, qualche altro arriva morta e molti si ammalano proprio nel viaggio, per assenza di profilassi e promiscuità eccessiva.

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità Animale da tempo produce linee guida per la gestione del randagismo, l’ultima del 2015, che sembrano spesso essere davvero ignote agli enti pubblici, che ancora credono che l’unica politica buona sia quella di catturare e rinchiudere i cani nei canili, salvo poi cercare di “esportarli”. Non si prende nemmeno in considerazione la politica di contenimento del randagismo definita con l’acronimo CNR (Catch, Neuter and Release) che prevede cattura, sterilizzazione e rilascio sul territorio, riconosciuta come unica attività sostenibile, corretta, efficace. Il tutto trattato in poche pagine, purtroppo in inglese, che potete leggere e scaricare:

Conoscere significa essere in grado di poter esercitare i propri diritti di cittadini, significa poter riuscire a mettere in atto politiche di tutela nei confronti degli animali, anche per arginare il randagismo. La risoluzione dei problemi passa da un doppio binario fatto di attività sul territorio, di azione e di soccorso e dall’attuazione di politiche di informazione e educazione che possano favorire la diffusione di buone pratiche.

 

Per battere il randagismo bisogna passare dalla gestione “politica” del problema a una gestione “tecnica“, che possa essere davvero efficace e attuata senza dover per forza e sempre accontentare gli elettori disinformati del politico di turno. E’ necessario lavorare spezzando il meccanismo politica/economia, mandando in frantumi le convenienze di chi campa sugli appalti dei canili senza mai far adottare un cane, sottraendo in compenso risorse enormi alla vera lotta al randagismo che è fatta di strutture, ma anche di piani poliennali su aree vaste di territorio.

Diversamente fra cent’anni si parlerà ancora di randagismo come di un problema non sanabile.