Proteste non bloccano Yulin

Le proteste non bloccano Yulin e il suo festival, mentre gli attivisti cinesi per i diritti degli animali cercano di salvare i cani dal loro destino. Il governo ha vietato ai dipendenti pubblici di partecipare al festival.

Non sono bastate 11 milioni di firme raccolte contro il dog meat eating festival, un evento che non ha nulla di tradizionale, per arrivare almeno quest’anno alla sua chiusura.

Al contrario c’è chi sostiene che le proteste siano servite soltanto a far aumentare la popolarità di questo festival, come scrive il South China Morning Post.

Leggendo i giornali stranieri si percepisce chiaramente l’insofferenza del governo e del popolo cinese verso il festival che si tiene a Yulin, una città di più di 5 milioni di abitanti situata nella regione dello Guanxi. La Cina è sempre molto attenta alla sua immagine all’estero, che risulta indubbiamente danneggiata dal dog meat festival,  ma anche a non dimostrarsi vulnerabile rispetto alle critiche che l’occidente ha espresso molto duramente.

Il consumo di carne di cane in Cina riguarda una componente minoritaria della popolazione e rappresenta un comportamento osteggiato dalla maggioranza della popolazione, sempre più portata a vedere il cane come animale da compagnia. Le crudeltà verso gli animali che da mesi vengono esibite sui social e in televisione hanno mostrato al mondo vere e proprie torture inflitte agli animali e questo è servito a diffondere anche in Cina maggior consapevolezza e riprovazione per quanto accade a Yulin.

La notizia davvero confortante è rappresentata dal numero sempre crescente di attivisti per i diritti degli animali, capaci di mettere in atto grandi mobilitazioni per salvare migliaia di cani e far conoscere in tutto il mondo quanto accade a Yulin in questa settimana di sangue.

Probabilmente senza gli sforzi e le coraggiose battaglie degli attivisti cinesi il Festival di Yulin avrebbe potuto andare avanti indisturbato per anni: sono loro la componente necessaria per il cambiamento, considerando che i comportamenti sociali avvengono grazie ai mutamenti della cultura e della sensibilità individuale.

Peraltro nella civile Europa, che punta il dito verso la barbarie di Yulin attribuendola spesso a tutto il popolo cinese, esistono una serie infinita di tradizioni, manifestazioni e usi culturali capaci di farci vergognare. Dalle feste religiose spagnole alle corride, alla tradizione del bracconaggio italico verso i piccoli uccelli canori, catturati con gli archetti che spezzano loro le zampe.

Senza dimenticare le cacce primaverili italiane e maltesi, quanto avviene negli allevamenti intensivi e nei macelli, il trasporto degli animali vivi passando per palii, fiere e sagre che sono una vera vergogna. In una realtà che non è più quella rurale del dopoguerra ma quella culturalmente più evoluta dell’oggi che però non rappresenta culturalmente il tempo presente di tutto il pianeta.

La strada dei tanti gironi infernali in cui abbiamo costretto gli animali passa sicuramente da Yulin senza però fermarsi alla Cina, non essendo legata solo al consumo della carne di cane e gatto.

Il punto non è e non dovrebbe essere quanto siano simpatici gli animali, quanto siano vicini e appartengano alla nostra vita, ma bensì il rispetto che dovrebbe essere sempre dovuto agli esseri viventi, che non deve prevedere la possibilità di sottoporre a sevizie, soprusi e torture uomini e animali.