Pastori sardi latte e pecorino ma soprattutto pecore

Pastori sardi latte e pecorino ma soprattutto pecore, qualcosa non funziona ma nessuno sembra parlarne.

Quello che emerge chiaramente dalle cronache più che i problemi sono le contraddizioni. Il prezzo del latte scende perché se ne produce troppo e questo è il primo problema.

Il ministro degli interni Salvini, sempre lui, tratta con i pastori e si occupa di agricoltura. Con gli stessi pastori che bloccano le strade, fermano le macchine e inondano le strade di latte. Un po’ come se il ministro dell’ambiente Costa facesse un seminario sugli incendi con i piromani.

Ma si sa che in Italia in tempo di elezioni, e in Sardegna ci sono a brevissimo, si può vedere tutto e il contrario di tutto. Come Salvini, il ministro del rigore e della legalità, che solidarizza con chi blocca le strade e promette anche, da ministro dell’Interno, un prezzo maggiore del latte.

Ma torniamo alle pecore e anche alla filiera: le pecore producono latte quando hanno partorito. Questo ciclo è stato prolungato ma non siamo ancora riusciti (per fortuna) a far produrre latte senza riproduzione. Quindi la realtà è che i pastori producono più latte di quello che il mercato può assorbire. Fattore che determina la discesa del prezzo, come in ogni settore dell’economia

Quindi, fino a che qualcuno non dimostra il contrario, ci sono troppe pecore destinate a produrre latte. E quindi, inevitabilmente a produrre agnelli: ma che fine fanno tutti questi agnelli? Il secondo mistero della questione, che al di là di ogni considerazione, inquieta quando comunque a subirlo sono esseri senzienti.

Ora si parla di ritirare dal mercato le forme di pecorino romano, per far risalire il prezzo del latte. Comprare formaggio non sarà un aiuto di Stato se serve a far risalire il prezzo? E anche se non lo fosse non sarebbe meglio prevedere sovvenzioni per chi rinuncia alla produzione? Si sta ritornando all’enorme pasticcio delle quote latte, dove Lega e Coldiretti andavano a braccetto?

Possibile che nessuno si faccia queste domande, che si parli solo di latte come se fosse vino, prodotto da una pianta e non da un animale? Come mai nessuno si fa domande, nessuno protesta? Le esigenze economiche delle persone sono importanti e lecite, ma le regole devono valere per tutti, anche in tempo di elezioni. E il mercato è il regolatore, per i pastori come per chi produce panettoni.

L’opinione pubblica dovrebbe essere informata se il numero di ovini in Sardegna è compatibile con il mercato quale sia la fine che fanno gli agnelli e quanto rappresentato sotto il profilo dell’economia della pastorizia? Forse bisognerebbe anche raccontare come funziona la filiera, perché i cittadini spesso non sanno nulla della produzione. Ma parliamo sempre di esseri senzienti.

Stiamo parlando di centinaia di migliaia di animali e sappiamo che la produzione comporta sofferenza. Ma questa sofferenza è giustificata da esigenze di mercato o si vuole stravolgere il mercato per aiutare gli allevatori? La domanda non coinvolge solo i diritti degli animali ma anche quelli di tutti i contribuenti.

Domande che al di la di ogni ragionamento, di ogni idea, meriterebbero di avere risposte. Sicure /e non politiche.

Integrazione del 18/02/2019

Quanti sostengono che non difendendo il diritto dei pastori, sardi e non solo, di produrre latte in surplus per il pecorino sardo e romano questo spalancherebbero le porte al latte estero o sono disinformati oppure mentono.

Il pecorino romano è una D.O.P. regolata da un preciso disciplinare che prevede l’impiego esclusivo di latte di pecora sardo, laziale e prodotto nel territorio della provincia di Grosseto. Il pecorino sardo invece, essendo sempre una D.O.P. regolata da altro disciplinarepuò essere prodotto solo usando latte della Sardegna.

Questo significa che se ci sono eccessi produttivi questi avvengono all’interno di una produzione agricola protetta e codificata, che dovrebbe seguire le logiche di mercato di qualsiasi altra produzione. Agitare lo spettro di un’invasione di latte estero è quindi un falso problema. Ancora una volta si usa la teoria del nemico per difendere errori.