nessuna pietà per gli animali da macello

Nessuna pietà per gli animali da macello: è quanto sembra emergere da un’inchiesta condotta dal pubblico ministero Ambrogio Cassiani della Procura di Brescia, noto alle cronache per aver condotto l’indagine sull’allevamento di cani per la sperimentazione Green Hill. Il magistrato ha richiesto il sequestro preventivo della società Italcarni di Ghedi (BS), un macello dove risulterebbero essere stati commessi gravi maltrattamenti nei confronti degli animali.

Le indagini chiariranno le condotte incriminate, anche grazie a filmati acquisiti dagli investigatori con telecamere nascoste all’interno del complesso industriale, ma le responsabilità degli indagati non sono il punto, o perlomeno non sono l’unico punto. Il nocciolo della questione è che sembra essere una norma, come dimostrano le tante inchieste, maltrattare gli animali destinati ad essere macellati, quasi che il dover diventare bistecche possa autorizzare qualcuno a poterli seviziare, in spregio ad ogni normativa di tutela.  Vegetariani e vegani sostengono, correttamente, che basterebbe smettere di mangiare animali per far cessare le violenze, ma in attesa che il mondo si incammini verso percorsi differenti i consumatori non possono più accettare di essere complici di tutta la violenza che avviene nella filiera produttiva: le bistecche, prima di essere dentro un vassoietto della grande distribuzione, con sopra un codice a barre, sono esseri viventi che hanno il diritto di non dover subire maltrattamenti inutili. Ridurre il consumo di carne può essere già un modo per far diminuire le sofferenze, ma anche per tutelare la propria salute visto che, ad esempio, sembra che gli animali macellati da Italcarni trasferissero agenti patogeni, a causa di infezioni dovute alle ferite degli animali, sui prodotti destinati al consumo.

 

Ma non avere nessuna pietà per gli animali da macello non è l’unico comportamento scorretto e troppo spesso impunito che viene messo in atto nei confronti degli animali, in tutti i settori in cui ci possa essere la loro presenza: dal commercio all’alimentazione, dall’allevamento ai trasporti. Troppo spesso vengono scoperte situazioni di grave maltrattamento messi in atto a danno degli animali, avvenuti in strutture autorizzate e quindi soggette a vigilanza da parte dei servizi veterinari dell’ASL. Per un assurdo della nostra normativa queste figure professionali importantissime ricoprono un doppio ruolo che reputo incompatibile: l’iniziale verifica della conformità della struttura, necessaria per avere autorizzazione all’attivazione, ma anche il successivo controllo sugli operatori che sono stati da loro autorizzati ad esercitare qualsiasi attività con animali. Nessuno vuole mettere sulla graticola i servizi veterinari, ma purtroppo appare evidente che in questo sistema di controllo qualcosa non funziona nel verso giusto: non appena i controlli vengono fatti dalle forze di polizia o disposti dalle Procure della Repubblica ecco che saltano fuori abusi, maltrattamenti, omissioni e controlli non approfonditi. Questa realtà è stata già oggetto di varie prese di posizioni, non solo delle associazioni ma anche della polizia giudiziaria, che spesso preferisce nominare veterinari privati per lo svolgimento delle attività di verifica e controllo. Troppe volte, come è successo a Green Hill, i controlli fatti dall’ASL competente certificano la regolarità di strutture e prassi, ma poi controlli differenti portano a far emergere situazioni gravi, se non gravissime, portando sul banco degli imputati anche gli stessi veterinari pubblici, che avevano precisi obblighi di controllo.

Per smentire quest’ipotesi basterebbe che il Ministero della Salute rendesse pubblici i dati delle attività svolte in modo autonomo dall’ASL per la tutela del benessere animale: analizzando i dati e mettendoli in rapporto il numero dei controlli, le sanzioni amministrative elevate e le denunce penali presentate si avrebbe un quadro preciso sulla rispondenza ed efficacia dell’attività di vigilanza, anche per non colpevolizzare una categoria che certo non è colpevole in senso assoluto, se non sul fatto di avere poco coraggio nell’adozione dei provvedimenti disciplinari, troppo spesso blandi o assenti. Questo discorso porta a fare una riflessione e  chiedersi se abbia ancora un senso l’esistenza degli ordini professionali, per tutte le categorie, oppure sia meglio la loro abolizione e il lasciare alla magistratura il compito di adottare i provvedimenti del caso.

Quello che risulta essere oramai indilazionabile è il non poter continuare a tollerare un regime di illegalità diffusa, in tutti quei settori nei quali sono presenti gli animali: purtroppo oltre ad essere sfruttati ora non riescono a godere nemmeno di quelle minime garanzie di protezione che leggi nazionali, direttive europee e convenzioni riconoscono loro. Del resto mai come in questo scorcio di secolo si ha la precisa percezione della necessità di far riprendere all’etica il predominio sui comportamenti sociali, cercando di strapparlo all’economia ed al profitto che è dimostrato arricchiscano pochi e causino sofferenze ai più, sia uomini che animali.

 

Intanto chi non ha abbracciato la scelta vegetariana cerchi di interessarsi, di non vedere gli animali solo come proteine da consumo, ma anche e soprattutto come esseri viventi con dei diritti, il primo dei quali è quello di non dover subire sofferenze inutili. Piccoli comportamenti virtuosi come preferire gli allevamenti bio, acquistare da chi non pratica allevamento intensivo, limitare il consumo di carne, acquistare da produttori locali in modo da ridurre i trasporti non risolveranno in assoluto il problema, ma certo saranno un modo per farlo diminuire. Essere consumatori informati moltissime volte aiuta la nostra salute, quella degli animali ed il loro benessere, contribuendo anche a ridurre sia spese che danni ambientali derivati, ad esempio, dagli allevamenti intensivi.

Per non dover leggere ancora di casi in cui si rilevi che non c’è nessuna pietà per gli animali da macello.