migranti

Vediamo i migranti con lo stesso occhio con il quale un erbivoro guarda un predatore: diffidenza, paura, assenza di empatia, percezione di pericolo.

Siamo davvero una specie strana, talvolta incapace di riflessioni anche grazie alla paura del diverso che ci instilla una politica insensata.

Certo questo è il momento difficile che nessuno avrebbe voluto vedere, un momento fatto di rivoluzioni e di migrazioni, di difficoltà di integrazione, di differenze culturali, di guerra di religioni.

Sarebbe bello che così non fosse, che l’uomo avesse la percezione del limite e che in virtù di questa non si fosse spinto oltre le colonne d’Ercole dello sfruttamento, della rapina, del sacco delle risorse.

Nessun leone mangerebbe tutte le gazzelle, ma l’uomo è il meno intelligente dei predatori perché è mosso dall’ingordigia, non dalla fame: nulla basta mai e per soddisfare questa fame insaziabile il mondo occidentale ha divorato risorse, corrotto o compiaciuto regimi barbari, accettato o combattuto dittature, difeso o atteso di fronte a genocidi.

Ora la storia presenta il conto senza fare sconti: nessun popolo starà sotto il tallone dell’oppressore se si sentirà davvero in pericolo, nessun essere vivente rinuncia alla speranza, nessun essere vivente rinuncia alla sacra missione che la natura gli ha affidato: perpetuare la propria specie, nelle migliori condizioni possibili.

Avevamo già vissuto questa storia negli anni ’90 con le migrazioni dai Balcani, dall’Albania in particolare, dove un popolo era in movimento per sfuggire alla fame e alla paura guardando le sponde opposte dell’Adriatico, quelle coste che distavano una manciata di miglia, come il naufrago guarda la terra, senza nemmeno conoscerla, ma riconoscendola come la terra promessa.

La lezione non ci è servita e abbiamo assistito al ritorno di molti migranti verso il loro paese, cambiato, e noi italiani abbiamo fatto come i delfini con le acciughe: li abbiamo seguiti cercando fondi europei, facili guadagni e grandi sfruttamenti, comportandoci come predatori. Per tornare a casa con le pive nel sacco, come meritavamo, dimostrando di essere eticamente inaccettabili, anche se italiani.

Durante questa fase epocale dei Balcani, sulla quale molto altro ci sarebbe da dire, abbiamo continuato a depredare l’Africa di risorse, regalandogli dittature e dittatori che i servizi segreti occidentali, in particolare degli USA, ma anche dell’ex blocco sovietico, mettevano al potere a piacimento perché, in fondo, nulla arricchisce quanto una guerra civile, se nel contempo si possono razziare diamanti, oro, coltan, petrolio e mille altre risorse.

Per far questo gli occidentali hanno dato il loro contributo alla distruzione ambientale dell’Africa, e non solo, deforestando, trafficando risorse naturali, affamando e usando quell’antico sistema di governo chiamato incultura, diseducazione, analfabetismo: il miglior modo per gestire un popolo, come hanno dimostrato ampiamente i bianchi sudafricani durante il tempo dell’apartheid. Certo vado per sintesi, ma non è un trattato, è solo seguire un filo conduttore.

Oggi abbiamo una marea umana che pressa sui confini dell’Europa e sull’Italia in particolare, in un momento in cui il terrorismo alimentato dall’incultura e da una paura a tratti xenofoba ci scuote: tutti quelli che bussano diventano un pericolo, sono terroristi, insidiano le donne, sono estremisti e quindi, con uno schiocco di dita, ci fanno dimenticare quello che i cristiani han fatto ai tempi delle crociate, le rapine di materie prime, le distruzioni ambientali fatte in Africa dagli occidentali, ad esempio per allevare bestiame per i nostri mercati come accaduto in Botswana.

Di fronte al panico indotto da un gruppo di lupi infilati volutamente in un gregge di pecore la paura ha il sopravvento e l’uomo non ha più doveri, non verso i migranti, non verso i bambini, non verso i malati e le donne. Così dimentichiamo, ad esempio, che da un paese come la Siria fuggono a decine di medici, ingegneri, architetti e gente di cultura, non come i nostri ragazzi che non trovano lavoro e vanno all’estero, ma forse come i nostri nonni che scappavano dall’Italia per sfuggire a un regime totalitario, per aver salva la vita.

Non terroristi, non integralisti religiosi, solo uomini, anche di cultura, che vogliono vedere il futuro e garantirlo ai loro figli. Non nemici, forse portatori di diverse culture, ma non aggressori.

Se avete mai visto con attenzione un documentario sulle migrazioni africane, sull’attraversamento degli gnu nel fiume Mara, potreste raccontare il terrore che si legge negli occhi di quegli erbivori che sanno, ne hanno esatta percezione, che il fiume è pieno di coccodrilli e che molti di loro non vedranno l’alba del nuovo giorno.

Vanno lo stesso, vincono il terrore e si buttano in acqua con una consapevolezza istintiva: se attraversano il Mara possono morire, se non lo attraversano saranno morti perchè non ci sarà più cibo con cui nutrirsi e, quindi, non ci sarà possibilità di riprodursi. Migranti che hanno cominciato a migrare ben prima degli uomini, seguendo i cicli della natura, accettando la morte come una possibilità, un rischio ineluttabile a cui è difficile, impossibile, sottrarsi.

Migrazione di uomini e animali

L’avanguardia di decine di migliaia di gnu si appresta ad attraversare il fiume Mara

Come uomo non posso più vedere cadaveri che galleggiano nel mare, bambini morti senza sapere per quale peccato commesso: dobbiamo contribuire a stabilizzare l’Africa, smettendo di depredarla, cercando di far avere un futuro a un continente che per noi è fondamentale, per risorse naturali, biodiversità, materie prime.

Per sottrarla a fondamentalisti islamici fuori dal tempo, per dare una cultura e una possibilità di emancipazione agli uomini e alle donne di quei paesi, per non dover vedere più migranti, bambini soldato, donne stuprate, mutilazioni e guerre civili.

Non sarà la paura del diverso a salvarci, ma soltanto l’empatia verso i nostri simili e la saggezza, fino ad oggi perduta, nell’amministrare un bene unico ed insostituibile: l’ambiente del nostro pianeta, ricordando che biodiversità non è solo varietà di specie ma, all’interno della stessa specie, è proprio la varietà culturale.