Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale

Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale in quanto significa accettare la violenza come metodo.

L’assenza di empatia verso gli esseri viventi rappresenta il primo segnale di alterazione del comportamento umano, sia che riguardi i nostri simili che gli animali.

Il non provare sentimenti compassionevoli nei confronti di un altro essere vivente non è soltanto un disvalore, ma anche un’alterazione della sfera dei sentimenti positivi e del rispetto verso gli altri.

Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale in virtù di queste considerazioni, in quanto una persona che non prova né compassione né pietà dimostra, proprio con questi comportamenti, il suo potenziale pericolo. Come provano i peggiori crimini commessi sugli uomini e sugli animali non derivanti da un gesto d’impulso (leggi anche qui).

Ogni volta che succedono episodi di violenza particolarmente gravi nei confronti degli animali si parla di inasprimenti delle punizioni, di modifica delle leggi e si cavalca, su vari fronti, un argomento davvero traversale nella nostra società. Nessuna persona considerata “normale” può plaudire o restare indifferente verso la sofferenza causata su soggetti che non possono difendersi.

Le persone sono fin troppo spesso violente verbalmente, ma la difficoltà di passare dalle parole ai fatti dimostra come non sia così facile scrollarsi di dosso quei valori che sono insiti nel comune sentire. Se i macelli avessero le pareti di vetro probabilmente il consumo di proteine animali avrebbe un crollo verticale.

Dopo l’episodio del cane gettato in acqua vivo con una pietra al collo l’indignazione popolare ha costretto la politica a prendere posizione contro la violenza sugli animali. Il ministro dell’ambiente Costa ha promesso una revisione della legge e un inasprimento delle pene. E sul suo personale impegno non ci sono dubbi.

Questo però non toglie che si senta parlare poco del potere di deterrenza che una legge dovrebbe avere (quello che dissuade gli autori dal compiere crimini in virtù delle punizioni che riceverebbero se scoperti), della pericolosità sociale dei maltrattatori e del contrasto alla violenza, che deve partire anche dai toni della politica.

Secondo studi scientifici, in prevalenza americani, è provato che le persone violente nei confronti degli uomini abbiano cominciato a esercitarsi proprio sugli animali, per poi fare il salto di specie. Ora stiamo assistendo a comportamenti speculari: indifferenza e violenza non sono solo verso le altre specie animali, ma anche sugli uomini.

Siamo diventati indifferenti alla morte di bambini e adulti, di fronte alle violenze che avvengono in veri e propri campi di concentramento che proprio l’Europa finanzia e alle condizioni di vita dei profughi. Potremo davvero, con queste premesse, dimostrarci più compassionevoli verso gli animali?

Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale ma bisogna osservare che sarà difficile combattere questi comportamenti, che in buona parte derivano da corti circuiti culturali, educativi, senza connotare violenza e indifferenza come atteggiamenti negativi in genere.

Come sarà inutile aumentare le pene per chi maltratta gli animali se poi, nella realtà, nessuno finirà in carcere nemmeno quando condannato in via definitiva, se le pene continueranno a essere sospese per gli incensurati, senza venir nemmeno convertite in sanzioni economiche effettive.

Se non saranno previste misure come l’interdizione perpetua alla detenzione e allo svolgimento di attività con animali, la libertà vigilata in quanto soggetti pericolosi. Ma anche se non verrà riconosciuto che gli animali sono esseri senzienti e non cose e che proprio come creature viventi sono tutelate, non in via indiretta per tutelare i sentimenti umani.