Lucy, il gorilla e l'uomo

Lucy, il gorilla e l’uomo, hanno una storia in comune a cui anche Google ha dedicato un doodle oggi. Nel giorno convenzionale in cui Lucy, una femmina di australopiteco, avrebbe compiuto circa 3,4 milioni di anni. Un tempo talmente enorme in rapporto con la durata della nostra vita da essere inimmaginabile.

Tante, tantissime sono le riflessioni che possono partire da quest’immagine sapientemente ricostruita del nostro lontanissimo antenato.  A partire dal tempo che è trascorso perché la specie umana si evolvesse in quello che siamo oggi e alla somiglianza fra Lucy, il gorilla e l’uomo.

L’uomo si è distaccato dagli altri primati non umani, ha imboccato una strada evolutiva differente che lo ha portato ad accrescere in modo smisurato le sue abilità. Proprio quelle capacità di elaborazione e di pensiero che ci hanno portato dall’essere uno degli abitanti del pianeta a diventare la specie che lo domina, quella che ora crede nel bene o nel male di poterlo possedere.

In una manciata di anni, rispetto alla durata della nostra evoluzione, noi ci siamo piano piano piano impossessati del pianeta. Fino ad arrivare al secolo scorso, il secolo breve, quando il nostro dominio, a seguito del progresso scientifico e tecnologico, ha avuto un’improvvisa velocizzazione. La Terra è diventata più piccola e abbiamo raggiunto ogni angolo, anche il più remoto, del nostro mondo.

Lucy, il gorilla e l'uomo

Abbiamo imparato a conoscere la nostra storia, il nostro passato anche il più remoto, ma questo non ci ha impedito di non avere rispetto per i primati non umani, di non vedere negli occhi di questo gorilla gli stessi occhi di Lucy, ma anche i nostri occhi.

C’è stato un secolo in cui abbiamo veramente saccheggiato il pianeta, senza discernimento, senza pensare alle conseguenze, senza riflettere che in poco più di cento anni stavamo distruggendo il luogo che aveva permesso la nostra evoluzione, che aveva visto l’alba dei progenitori dell’uomo.

Facendo questo abbiamo dato vita a una società, quella occidentale, in cui i suoi membri erano sempre meno consapevoli di essere parte di un tutto ben più grande. Il benessere, per chi lo aveva raggiunto, portava a rimpicciolire il suo concetto di collettività, riducendolo a qualcosa che era poco più grande della famiglia e del gruppo (branco) di appartenenza.

Questo ha allontanato i più fortunati dai più deboli ma quel che è peggio ha consentito a pochi di creare potentati economici e politici, talmente grandi e interconnessi, da riuscire a governare e ad influenzare le scelte dei popoli, determinandone il futuro.

Questo accadeva mentre la maggioranza degli abitanti del pianeta si isolava nelle proprie oasi di benessere oppure sprofondava in abissi di povertà e disperazione.

Tutto pareva restare in equilibrio sino a quando la cupidigia non ha più avuto limiti, lo sfruttamento ed il divario fra i popoli è aumentato ed è arrivata la vera arma di distruzione di massa per il pianeta: la parabola prima, i telefoni cellulari subito dopo.

Diffondendosi a macchia d’olio sul pianeta hanno consentito ai poveri di mettere la testa dentro la casa dei più ricchi, che per restare tali avevano governi che si inventavano guerre difensive per mantenere il potere sulle popolazioni più deboli.

Certo questa è una grande semplificazione, però è vero che dagli anni ’80 sono iniziate le grandi migrazioni che hanno interessato l’Europa, dapprima economiche e poi anche umanitarie a seguito di guerre sempre più vicine come quella dei Balcani.

Ma noi sembriamo continuare a non voler capire, a non voler accettare le lezioni che la storia ci ha impartito: non con gli uomini, non con gli animali e nemmeno con l’ambiente. Continuiamo a comportarci come se non  fossimo solo abitanti del pianeta ma i padroni assoluti, peraltro senza eredi.

Non abbiamo capito che il cammino di Lucy è durato quasi quattro milioni di anni e che noi in questi ultimi due secoli stiamo rischiando di distruggere l’intero ecosistema, solo per profitto, egoismo, cupidigia, corruzione, assenza di reale empatia con il mondo e i suoi abitanti.

La vita, le esperienze, le guerre e gli accadimenti anche terribili sembra non siano stati in grado di farci capire che se vogliamo avere e vedere il futuro dobbiamo cambiare comportamento.

Tornando ad appropriarci del diritto di scegliere e di decidere, allargare il nostro senso di comunità e collettività, smettere di delegare agli altri, ai politici, il nostro destino. Per la pigrizia di non voler perdere tempo nel sociale.

Dobbiamo iniziare da subito a tutelare seriamente l’ambiente ed i diritti di tutti i suoi abitanti, umani e non umani: questa è l’unica casa che abbiamo, è il nostro pianeta e rappresenta il futuro delle prossime generazioni. Abbiamo ancora la possibilità di fare scelte sagge e non possiamo rinunciare a quella che potrebbe essere l’ultima occasione.