Cani randagi

Cuccioli, rinchiusi in uno dei tanti canili, guardano con occhi di speranza un futuro che potrebbe essere buio

Il titolo non sembra ammettere repliche, i nostri soldi, quei pochi usati per tutelare gli animali sono gettati al vento; questa è un’accusa dura, lapidaria e che non ammette repliche, ma purtroppo è un’accusa vera. Spesso racconta una realtà passata sotto traccia, oppure non racconta nulla, perché questi argomenti interessano solo pochi media ed altrettanto poche sono le realtà che protestano, evidenziano il problema, si indignano.

Il nostro paese spende cifre considerevoli, nell’ordine di diverse decine di milioni di euro, per mantenere i cani randagi ospiti dei canili delle strutture pubbliche, in attesa di adozione o, troppo spesso, soltanto in attesa di consumare i loro giorni in uno dei tanti canili d’appalto. Certo dal 1991 i cani ospitati nei canili pubblici non vengono più soppressi dopo 5 giorni, non sono più ceduti alle aziende farmaceutiche per la sperimentazione, però continua ad esserci un grosso “però”: ci occupiamo dell’onda di piena, non ci siamo mai occupati seriamente di cosa la genera, come se questo fenomeno fosse poco importante. La legge 281/91 stabilisce che tutti, ma proprio tutti, i cani ceduti dai canili pubblici siano sterilizzati prima della cessione; peccato che questa cosa avvenga a “macchia di leopardo”, non sempre, non dovunque e che, comunque, riguardi solo i cani dei canili pubblici, senza tener conto di quale sia il fiume carsico che alimenta le presenze dei cani in queste strutture.

Il fiume, in realtà nemmeno troppo carsico, si crea grazie alle riproduzioni non volute, oppure volute senza criterio, ma anche a causa dell’altro affluente rappresentato dagli acquisti di impulso, quelli che spesso si traducono in facili abbandoni o in facili consegne a quelle strutture “che se ne possono occupare”, quando i nostri eroi che hanno adottato/comprato un cane si accorgono che è troppo impegnativo. La sterilizzazione di tutti i cani meticci, quelli che il volgo popolare indica come “bastardini”, sarebbe una strada obbligata per ridurre randagismo e prigionia nei canili, spesso una condanna a vita quando i cani oggetto dell’attenzione sono di grossa taglia, molossoidi, supposti pericolosi. Questo però pare essere un provvedimento impopolare, per cui a fronte di una popolazione di centinaia di migliaia di cani “incanilati” a forza nelle strutture, si preferisce non urtare la sensibilità degli irresponsabili, di quelli che hanno i cani ma che non vogliono essere padroni responsabili.

Se poi passiamo dai cani agli altri animali, dalle tartarughine ai gatti, ci accorgiamo che l’italica irresponsabilità di molti proprietari di animali porta a un numero incontrollato di immissioni in ambiente, che moltiplicano il numero degli ospiti delle colonie feline, delle tartarughe esotiche gettate in ambiente, con buona pace del possesso responsabile, o dei pappagalli che oramai sfrecciano nelle nostre città come fossero piccioni, con buona pace della biodiversità. Nonostante questo i governi o la comunità europea ben si guardano dall’introdurre serie limitazioni alla loro commercializzazione, quasi fosse un attentato alla libera circolazione delle merci. Peccato che tutte queste specie siano dapprima fatte importare senza limitazioni né imposte, per poi costare ai cittadini per mettere in atto tanto improbabili quanto inutili campagna di eradicazione per la tutela della biodiversità, che ogni anno fanno spendere ai cittadini della CE milioni e milioni di euro gettati al vento, senza contare l’inutile sofferenza degli animali.

Deve arrivare un momento in cui  il problema complessivo degli animali indesiderati/malgestiti debba essere messo sul tavolo, non con la logica della conta dei danni subiti dai commercianti di animali per le limitazioni imposte al commercio, ma bensì per seguire il conto dei soldi gettati, della sofferenza creata e dei danni all’ambiente ed alla biodiversità. Questo è un tema di frontiera per le associazioni protezionistiche europee, che devono essere maggiormente sempre molto attente e in grado di creare una rete politicamente importante, per ottenere il giusto condizionamento delle scelte europee in materia di tutela dei diritti degli animali e di prevenzione dall’insediamento di specie alloctone.