In confronto a certi politici il lupo è un agnello

In confronto a certi politici il lupo è un agnello come aveva dimostrato la sparata di Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona nonché presidente di Federcaccia del Veneto che, nel 2014, aveva preso carta e penna e aveva vergato un’ordinanza che autorizzava, illegalmente, l’uccisione dei lupi cattivi.

Non pago di aver fatto un atto amministrativo illegittimo e di essere stato denunciato dal Corpo Forestale dello Stato il nostro sindaco aveva anche rilasciato a Repubblica, come riportato in un articolo, questa dichiarazione: “Verona ha anche un territorio montano con le frazioni di Trezzolano, Cancello e Moruri. Non sono tranquillo per i bambini che la mattina  o la sera attendono l’arrivo dello scuolabus. Nessuno mi garantisce che il lupo non apprezzi anche questo tipo di prede… Autorizzo l’abbattimento degli esemplari che si avvicinano ai centri abitati. Se poi qualcuno impugnerà l’ordinanza, sarà battaglia per valutare quale diritto sia prevalente: quello degli animali o dei cittadini”.

Sono passati due anni da allora ma ancora si continua a buttare benzina sul fuoco, con servizi giornalistici allarmistici come quelli messi in onda dalla trasmissione di Italia1 “Le iene” che sono stati oggetto di numerose critiche anche su queste pagine come potrete leggere in questo articolo, fra gli altri. 

Ma ancor oggi in confronto a certi politici il lupo è un agnello, come dimostrano le attività pubbliche e sotterranee del nostro governo e del Ministero dell’Ambiente che, a dispetto del nome, a intervalli regolari continua a parlare di possibili abbattimenti di lupi, operando un prelievo del 5% sulla popolazione esistente in Italia. Secondo il ministro Galletti, che certo non si è distinto per memorabili attività a difesa della fauna, si potrebbe arrivare a praticare abbattimenti su quelle che definisce “eccedenze”, quantificate in una quota del 5% sulla popolazione dei lupi italiani, sulla quale però non esistono censimenti precisi. Quindi il nostro ministro ha valutato di abbattere un surplus di uno stock che nessuno ha verificato, usando evidentemente l’empirismo come strumento di valutazione, dimentico che oggi esistono ben altre possibilità.

Ma Galletti dimostra anche di non conoscere, o peggio di volerli ignorare, diversi studi scientifici, pubblicati, che dimostrano come gli abbattimenti dei lupi non siano serviti a diminuire gli episodi di predazione al bestiame domestico. Quindi gli abbattimenti sono utili solo a fini politici e demagogici perché danno un contentino a Coldiretti, potente confederazione in grado di spostare un notevolissimo bagaglio di voti, e alle associazioni venatorie che finalmente iniziano a vedere la possibilità di passare dal bracconaggio alla caccia regolamentata.

Le associazioni venatorie e i loro iscritti vedono i lupi come il diavolo vede l’acqua santa e questo non certo perché preoccupati delle poche predazioni al bestiame ma, bensì, perché fortemente preoccupati del fatto che i predatori possano tenere sotto controllo le popolazioni di ungulati, facendo cessare o ridurre la possibilità di operare le tanto ambite cacce di selezione. In questo modo i cacciatori non avrebbero più la scusa di avere una popolazione di cervi e caprioli da tenere sotto controllo, spesso anche sulla base di censimenti discutibili, mediante gli abbattimenti selettivi. Per questo un animale che non ha mai attaccato l’uomo, che svolge funzioni importanti all’interno dell’ecosistema e che non rappresenta nemmeno un pericolo serio per gli allevamenti diventa un nemico, da battere e abbattere.

Queste cose sono ben conosciute nell’ambiente scientifico da tutti i maggiori esperti di predatori, che irridono sia le posizioni del ministro dell’ambiente Galletti, forse più adatto a occuparsi di altre materie, che le grida di allarme lanciate da cacciatori e allevatori. Chi conosce il problema sa benissimo che i branchi strutturati cacciano la fauna, come cervi e caprioli, e che soltanto gli individui che facevano parte di branchi destrutturati a causa del bracconaggio -purtroppo molto più presente di quanto riportano i media- o giovani in dispersione possano, occasionalmente, predare animali domestici, non potendo cacciare in gruppo.

Secondo il prefetto di Grosseto, che ha valutato i risultati di uno studio condotto su basi scientifiche da Corpo Forestale, ASL  e da personale del Centro di Referenza Nazionale di medicina veterinaria forense, diretto dal dottor Rosario Fico, le predazioni dei lupi sono scese del 50% e riguardano solo il 5% della popolazione di pecore, in un territorio molto vocato all’allevamento di ovini. Questo risultato è stato reso possibile grazie all’uso di idonei mezzi di dissuasione come le reti antilupo e i cani da guardiania, sistemi che però non convincono, guarda caso, gli allevatori in un territorio con grandi interessi sulla pastorizia, ma anche verso altre attività come la caccia e il dilagante bracconaggio. La realtà maremmana ha però dimostrato  che gli allarmi degli allevatori non corrispondono alla realtà, come potete leggere in modo chiaro in questo articolo de Il Tirreno.

Non si può accettare che sulla gestione della fauna le decisioni possano essere prese sotto le pressioni di Coldiretti e degli allevatori o delle associazioni venatorie.

La gestione ambientale dovrebbe essere condotta in modo serio e responsabile nell’interesse dell’intera comunità nazionale e internazionale. Ricordandosi magari che il lupo è una specie particolarmente protetta da leggi nazionali e convenzioni internazionali.