le buone pratiche salvano gli animaliLe buone pratiche salvano gli animali, come quelle messe in atto da un gatto mentre si pulisce meticolosamente il pelo. Energie spese solo per ottenere risultati utili, mai per compiacere sostenitori e pubblico.

Quale che sia il nostro campo d’intervento esiste sempre un dovere fondamentale che deve connotare l’azione: fare formazione e informazione corretta, creare metodi di lavoro validi, agire nell’interesse del bene tutelato, dimenticare il consenso del pubblico come metro di valutazione dell’attività.

Per questo le buone pratiche salvano gli animali e non le dichiarazioni fatte a effetto. Quelle  fatte per colpire senza essere però efficaci per risolvere, utili solo per compiacere.

Troppe volte chi opera in un settore, sia un semplice cittadino che fa attività nel sociale che una realtà più complessa e aggregata come un’associazione, può avere la tendenza a scivolare verso una sorta di populismo nei confronti dell’obiettivo da raggiungere.

In questo modo l’obiettivo resta dichiaratamente lo stesso ma i metodi per raggiungerlo non sono più efficaci: anziché tener conto delle metodiche e delle buone pratiche questi sono stati piegati ai desideri del pubblico. Proprio come molte volte lo sono le decisioni dei genitori che accondiscendono a tutte le richieste per sentirsi amati o per non doversi sforzare nell’argomentare le decisioni che sorreggono un “no, non va bene”.

Non basta la buona volontà per risolvere

Troppo spesso si parte da una visione tanto falsa quanto ingannevole e foriera di guai: tutte le persone che fanno qualcosa nell’ambito di un problema rappresentano energie positive che aiuteranno a pervenire alla sua risoluzione.

L’affermazione è purtroppo da ritenersi falsa perché saranno solo i soggetti che si impegneranno per realizzare corrette prassi d’intervento, ragionate e non attuate solo per una spinta emotiva, che contribuiranno realmente alla risoluzione di una problematica.

Le altre saranno realtà composte da persone in qualche caso piene di buona volontà, in qualche caso paghe di accontentare il proprio “io” ma comunque non realmente efficaci per fare risultato.

Proviamo a ragionare su un esempio che sia lontano da questioni troppo spinose come le adozioni irresponsabili dei cani, che come ho scritto più volte, non contribuiranno mai a risolvere il problema del randagismo ma semmai, invece, potranno essere un motivo della sua crescita.

Diversamente il rischio che l’emotività suscitata dall’argomento prevalga sul ragionamento diventa molto alto, specie quando si tratta di cani e gatti; meglio così sgombrare il campo e parlare proprio di tutti gli altri animali.

Amare gli animali non è lo stesso che rispettarli

Parliamo del commercio dei “captivi”, dei prigionieri, quelli destinati a entrare nelle nostre case come animali da compagnia, pessimo termine che peraltro nulla dice sui sentimenti di quanti la compagnia non l’han cercata ma la subiscono. Il commercio dei pet raggiunge cifre che parlano di milioni di animali venduti ogni anno, come desumibile dal rapporto Zoomark per il 2015 che fornisce dati importanti.

sono le buone pratiche che salvano gli animali

Tratto dal rapporto Assalco – Zoomark 2015

Nelle case degli italiani, a fronte di una stima costante nel tempo di circa 60 milioni di animali presenti, soltanto 14 milioni di questi son cani e gatti perché poi ci sono anche 13 milioni di uccelli prigionieri in gabbia, 1,7 milioni di piccoli mammiferi e 1,3 milioni di rettili, per non parlare di 30 milioni di pesci.

Tutti tenuti rigorosamente in un ambiente che non è il loro e che nel 80% dei casi (almeno) non tiene conto del loro benessere. Questi ospiti forzati delle nostre case creano però, per il solo segmento del cibo, un mercato da 18 milioni di euro relativo all’anno 2015.

Chi tiene questi animali spesso non si fa troppe domande, anzi, ma è convinto che questo “possesso” esprima amore per gli animali, senza chiedersi quanti ne muoiono negli allevamenti, nei trasporti, nei negozi, nelle case.

Senza domandarsi quanto la loro vita sia accettabile, insomma senza chiedersi molto e in questo, purtroppo, anche chi gli animali li difende è spesso carente in informazioni, non fa campagne sulla cattività e la sofferenza, non cerca di dissuadere le persone dall’acquisto.

Certo i circhi o le pellicce sono forme di sfruttamento degli animali molto più cruente, hanno maggior presa sull’opinione pubblica e non toccano interessi in fondo così rilevanti. Ma nemmeno il commercio di animali si rivela una pratica “gentile” per quanti conoscono a fondo questa realtà.

Toccare certi temi è un po’ un tabù, non piace, tocca troppi interessi: chi ha animali spesso sostiene quanti gli animali li difendono, anche se non si occupa della sofferenza di quelli che ha comprato, mentre chi produce cibo per gli animali non convenzionali vende anche alimenti per cani e gatti, costantemente elargiti in aiuti indispensabili per tanti canili e rifugi.

Quindi questi argomenti troppo spesso finiscono sotto il tappeto del salotto, come si fa quando i problemi non li si vogliono affrontare. Lasciandoli decantare, facendo finta che non esistano, come fanno i gatti quando si nascondono ma lasciano però fuori la coda.

In questo caso la coda significa però sofferenza e un dovere di educazione, formazione e informazione per chi si occupa di diritti degli animali. Per questo sono le buone pratiche che salvano gli animali grazie ai approcci corretti.

Il nocciolo non è quello, o non solo quello, della morte ma l’aspetto ben più importante della qualità della vita, nel breve o lungo passaggio sul pianeta di ogni essere vivente. Un pesce rosso, per assurdo, è molto più fortunato di un pappagallo, in genere muore prima; mentre il pappagallo sarà costretto a fare una vita terribile che potrà durare anche un secolo.

Credo che riflettere sulla complessità del problema sia un dovere e una buona pratica da studiare sarebbe iniziare a stilare una lista di specie animali delle quali vietare il commercio come pet. La riduzione del danno deve essere l’obiettivo primario anche perché dietro il sommo bene ci son troppi ripari e nascondigli.