Riduzione del danno o lotta dura

Campagna realizzata da CIWF e WSPA (ora WAP) sul rispetto degli animali negli allevamenti

Per combattere la sofferenza degli animali, ad esempio negli allevamenti, bisogna mettere in atto azioni mirate ad una progressiva eliminazione del problema operando attività di riduzione del danno oppure, come sostengono molti, essere intransigenti con chiunque sfrutti gli animali, senza cedimenti né possibili trattative? Queste differenti visioni sono la vera terra di frontiera su cui si affrontano le organizzazioni, ma anche i singoli e i gruppi più o meno organizzati.

Il discorso lo possiamo aprire partendo dagli allevamenti di animali destinati al consumo umano, perché in fondo è qui che la battaglia si fa più accesa fra i diversi e diversissimi fronti che rappresentano l’arcipelago di chi difende gli animali. Ben si capisce che fra chi ha compiuto la scelta vegana, decidendo di non cibarsi di animali e nemmeno dei loro derivati come uova e latte, e chi invece si batte per modalità di allevamento in grado di far vivere gli animali in condizioni di benessere è difficile poter creare un ponte fatto di comune sentire. Le scelte individuali sono così radicalmente opposte da non essere conciliabili, rappresentando due concezioni completamente diverse: la prima che pone al centro il rispetto della vita dell’animale e il suo benessere, la seconda solo il benessere dell’animale, che deve essere garantito, ma non la sua vita. Questo però è il campo che attiene alle scelte individuali, alle personali visioni che hanno ovviamente diritto di esistere e di coesistere, che è però completamente diverso da quello politico, dove non conta più solo l’idea finale, lo scopo dell’azione, ma anche le modalità per il suo raggiungimento. La strategia diventa così il vero “nocciolo della questione”, l’argomento divisivo per eccellenza fra chi non vuole scendere a patti e chi pensa di dover accettare traguardi intermedi che portino comunque a un miglioramento, nell’interesse primario del soggetto tutelato, l’animale.

Questa premessa è valida qualsiasi sia il settore in cui gli animali siano in qualche modo implicati: dal circo alla sperimentazione, dalla caccia al commercio, dal trasporto di animali al loro allevamento. Si tratta infatti di scegliere quale strategia politica adottare in senso generale, si tratta di decidere se avere una posizione molto radicale, che prevede la lotta a oltranza ma non il dialogo con la controparte, oppure di scegliere una posizione dialogante che, nel rispetto della propria identità, possa servire a portare concreti miglioramenti alla condizione animale. Per meglio comprendere allontaniamoci per un attimo dal mondo degli animali e usiamo un esempio parallelo: un movimento che si occupa dei diritti dei detenuti politici può sedersi a parlare con gli esponenti di un governo totalitario per ottenere delle migliorie per chi difende, oppure deve decidere che è più opportuno combattere soltanto per il raggiungimento dell’obbiettivo finale, costituito dalla liberazione di tutti i detenuti? Da questa opzione deriveranno sostanzialmente due risultati, spesso in conflitto fra loro: la scelta dialogante potrà portare migliorie alle condizioni dei detenuti, ma sarà anche utilizzata dal regime per fare propaganda e questo non piacerà ai sostenitori del movimento, mentre la scelta rigida non migliorerà lo stato dei detenuti, ma sarà spesso più accettata dai sostenitori che solitamente premiano l’integrità, o l’integralismo, più del risultato immediato o di medio periodo rispetto a un obbiettivo con scarse possibilità di essere colto.

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Così una parte dell’associazionismo non ha concepito i rapporti di organizzazioni inglesi e americane con “l’odiata McDonald”, che ha accettato di cambiare le proprie politiche ambientali rispetto all’allevamento in zone forestali, sull’uso dell’olio di palma ed ha accettato altri cambiamenti in campo ambientale.  In cambio ha utilizzato queste scelte, adottate fra l’altro poco prima dell’apertura di EXPO2015, per fare un’operazione di greenwashing, nel tentativo di attenuare la sua reputazione negativa, un’operazione di cosmesi che ha avuto, come contropartita, un ritorno per l’ambiente. L’importante è che questo non porti a un cambiamento di opinione: McDonald è e resta un problema per la sua attività e le sue scelte, ha fatto un piccolo passo avanti, nulla di più, ma meglio di nulla.

L’argomento è complesso, spinoso, non facile e non può certo essere analizzato e risolto in un articolo, però vorrei stimolare una riflessione, che credo debba partire da due principi cardine:

  • qualsiasi attività di mediazione con realtà che usano gli animali, sfruttandoli, dovrebbe essere compiuta nel rispetto delle specificità e delle policy dell’organizzazione, senza fare scelte che comportino compromessi nelle posizioni etiche, ma con il solo obbiettivo di ottenere concreti vantaggi per gli animali;
  • nessun vantaggio, economico, in natura o sotto qualsiasi forma sia ricevuto dall’organizzazione a seguito delle attività praticate in politiche di riduzione del danno da imprese o soggetti che sfruttano gli animali o creano danni ambientali.

L’interesse primario deve sempre essere il bene tutelato, gli animali e l’ambiente, e se questo comporterà la perdita di qualche sostenitore sarà un costo legato ad un processo di crescita culturale che personalmente ritengo inevitabile. Ritengo che sia necessario saper dividere compromessi ed interessi, questi ultimi sempre da rifuggire, da quelle che sono le posizioni dialoganti che siano portatrici di migliorie. Bisogna partire da un dato di fatto: il 90% della popolazione è sensibile alle condizioni in cui gli animali sono tenuti e vivono, quindi sosterrebbe azioni in questo senso, mentre solo una piccola parte sosterrebbe le scelte più radicali. Lo hanno già dimostrato campagne europee come quelle per limitare il trasporto di animali da reddito ad un massimo di 8 ore, che hanno incontrato un grande sostegno dell’opinione pubblica, anche se non hanno poi raggiunto lo scopo sul fronte politico. Ma questa è un’altra problematica, legata ai legami, strettissimi, fra politica ed economia.

Petizione 8hours

Una delle tante campagne fatte per sostenere la petizione 8hours