La verità su #CecilTheLion e sui suoi compagni di sventura

La verità su #CecilTheLion e i suoi compagni di sventura non è uscita completamente. Si sono spesi fiumi di inchiostro sulla vicenda del leone ucciso in Zimbabwe dal ricco bracconiere americano Palmer, che lo ha ferito con una freccia e inseguito per 40 lunghe ore, ma non altrettanti sulla realtà della caccia alla fauna africana.

Il prelievo venatorio è una realtà che coinvolge tutti i paesi del mondo, con regolamenti e leggi nazionali, trattati sovranazionali e convenzioni internazionali che a vario titolo si occupano di regolamentare la materia della gestione della fauna, non solo per quanto concerne la caccia ma nel suo complesso.

 

Per quanto concerne le specie oggetto di tutela da parte della CITES, la Convenzione internazionale sul traffico delle specie minacciate da estinzione ,firmata a Washington nel 1973, ogni anno gli Stati propongono alla Conferenza delle Parti della CITES di autorizzare il prelievo di determinate specie animali. Questa richiesta dovrebbe avere come cardine il criterio che il prelievo non metta in pericolo la sopravvivenza della popolazione.  Difficile accettarlo sotto il profilo etico, ma purtroppo anche i grandi parchi africani sono ben lontani dall’essere ecosistemi perfetti: l‘uomo, dobbiamo rassegnarci, non è in grado di dar vita a ecosistemi perfetti. Questo fatto comporta la necessità che la fauna venga gestita, per compensare gli squilibri ambientali che potrebbe causare la predominanza di una specie piuttosto che di un’altra, comportando l’obbligo di operare delle scelte, che però attualmente si traducono soltanto in abbattimenti nei safari di caccia, catture per gli zoo, i circhi o il commercio di animali vivi e, non ultimo, il mercato delle pelli e dei derivati. La continua erosione ambientale sottrae terre agli animali selvatici, sempre più compressi all’interno di aree ridotte, schiacciati dall’incremento demografico umano, dall’allevamento di bestiame e dall’agricoltura, mettendo in pericolo la loro sopravvivenza e quella del nostro pianeta.

Quello che non è stato detto, ad esempio, è che parlando solo di grandi animali e soltanto di Africa molti Stati hanno presentato alla Conferenza delle Parti CITES 2015 una richiesta di quote, anche ingenti, di varie specie da destinare prevalentemente alla caccia:

– CAMEROON: 10 ippopotami
– ETIOPIA: 10 leoni – 50 leopardi – 6 ippopotami
– MOZAMBICO: 100 elefanti – 50 leopardi – 120 leoni
– NAMIBIA: 150 ghepardi – 90 elefanti – 250 leopardi
– TANZANIA: 1.200 ippopotami – 100 elefanti – 500 leopardi
– ZAMBIA: 80 elefanti – 300 leopardi
– ZIMBABWE: 50 ghepardi – 500 elefanti

come è possibile leggere nero su bianco sul sito della CITES, con i dati di tutte le specie, dei paesi richiedenti l’esportazione e della provenienza degli animali (allevamento oppure viventi in libertà). Le richieste, lette attentamente, fanno capire come molti paesi in via di sviluppo vedano la fauna solo come una risorsa rinnovabile e una fonte di profitto veloce, in valuta straniera. Per questo gli stati africani da una parte si dipingono come strenui difensori della natura, usando i grandi parchi come biglietti da visita e come credenziale da spendere, ma dall’altra non disdegnano di usare gli animali come bersagli quando si tratta di venderli al miglior offerente per i safari. Un doppio binario pericoloso dal quale possono farli desistere solo i paesi con economie più solide delle fragili realtà africane, flagellate non solo da povertà e da mille problemi, ma anche e soprattutto dalla corruzione dei regimi al potere, spesso instauratisi con l’appoggio di altri Stati non africani, che in questo modo si sono assicurati la possibilità di continuare a depredare il continente nero.

La CE nel 2015 ha ristretto le maglie dell’importazione di trofei di caccia nel territorio europeo, non accontentandosi più solo del certificato di esportazione rilasciato dallo Stato in cui è avvenuto l’abbattimento di una specie ricompresa nella CITES, ma volendo anche di una dichiarazione, sempre dello Stato esportatore, che il prelievo di quell’animale non abbia in alcun modo compromesso la sopravvivenza della specie.  Una condizione di facciata, ipocrita e inefficace. L’Europa continua infatti a vedere i trofei di caccia, pur derivando da una transazione economica fra cacciatore ed organizzatore del safari, come oggetti per uso personale e domestico, non destinati alla commercializzazione. In questo modo la normativa diventa molto meno stringente, le verifiche si riducono e con buona pace dei mille proclami in difesa della natura, in Europa e non solo, entrano trofei di ogni genere, purché lecitamente acquisiti nei paesi in cui gli animali sono stati cacciati. E si sa quanto lecito, spesso, faccia il paio con corrotto.

E’ bene quindi sapere che esiste una caccia, lecita, legale, autorizzata, ed esiste il bracconaggio, che spesso incide pesantemente sugli animali oggetto di una protezione particolare, come ad esempio i rinoceronti. All’interno della gestione della fauna ogni Stato decide come impiegare le sue quote di animali esportabili, argomento sempre tenuto volutamente molto sotto traccia: questo è l’angolo buio della conservazione, quello del quale nessuno vuole ammettere l’esistenza. La totalità dei paesi africani sostiene che senza le entrate derivanti dalla caccia non avrebbero sufficienti risorse economiche per tutelare gli animali e l’ambiente, riuscendo a coinvolgere le comunità locali nella difesa della fauna, che devono imparare a riconoscere come una risorsa e non come un problema. Questo angolo di osservazione, in parte reale,  comporta però anche grandi distorsioni, sia sotto il profilo etico che sotto quello pratico, che vanno dalla possibilità per ricchi cacciatori di abbattere leoni allevati per questo scopo, a situazioni come quella che ha visto protagonista #CecilTheLion. La storia di Cecil è accaduta in un paese, lo Zimbabwe, già al centro di grandi polemiche per la vendita di fauna per zoo e circhi, come recentemente accaduto per più di 20 elefanti cuccioli destinati alla Cina, ma anche a paesi europei. Su questa vicenda degli elefanti, dopo conferme e smentite è calato il silenzio, ma a nessuno sfugge come gli interessi cinesi in Africa siano in questo momento molto concreti, con una presenza imponente di uomini e denaro.

L’occidente, se vuole davvero difendere ambiente e fauna, deve impegnarsi a pagare un prezzo per questa tutela, che può essere garantita solo da piani poliennali di difesa ambientale che vedano impegnati le nazioni come Europa e Stati Uniti nel compensare le economie locali per il mancato sfruttamento delle loro risorse naturali. Non possiamo solo dire all’Africa di non fare danni all’ecosistema, quando noi abbiamo già gravemente compromesso il nostro, sapendo che anche le nostre imprese stanno, adesso, contribuendo a compromettere il loro.

 

Non c’è tutela reale per fauna e ambiente senza attività concrete, diverse dall’indignazione pura e dalle promesse vuote per la triste e crudele uccisione di #CecilTheLion, animale simbolo di nazione che non lo ha saputo difendere dal potere dei dollari, che piegano e corrompono con facilità la volontà delle persone.

Per garantire la sopravvivenza dell’Africa bisogna disporre bandi assoluti al commercio di certe specie e dei loro derivati, compensati da interventi economici realmente destinati al sostegno delle comunità locali e dell’ambiente, piuttosto che all’arricchimento di una classe dirigente estranea alle volontà del popolo, troppo spesso facente parte di oligarchie di potere vicine al mondo economico e politico dell’occidente.