La paura dell'orso cresce nel buio dell'ignoranza

La paura dell’orso cresce nel buio dell’ignoranza venendo alimentata da una cattiva politica, dalla mancanza di informazioni corrette e dall’ancestrale paura che l’uomo ancora prova verso i predatori.

Orsi e lupi sono visti come animali pericolosi per l’uomo: così sono identificati tutti i predatori per colpa di leggende, di interessi o di una cattiva comunicazione, senza però trovare un riscontro scientifico nella realtà. L’uomo non è mai visto dagli animali come preda, salvo casi rarissimi, e i grandi carnivori rappresentano un rischio davvero infinitesimale per la nostra vita.

La paura dell’orso cresce nel buio dell’ignoranza, della non conoscenza e della cattiva informazione nei confronti dei predatori che si è formata in secoli di favole, di racconti, di spettacoli nei quali gli animali venivano raccontati come creature assetate di sangue, pronte a scagliarsi sull’uomo per pura crudeltà. Così il circo ci ha sempre parlato di belve feroci, di tigri mangiatrici di uomini domate e battute da uomini senza paura. In fondo l’umiliazione era lo strumento necessario per far risaltare la virtù umana e il suo coraggio. Un inganno perpetuato in secoli di storia.

L’orso poi è animale di confine fra paura e favole: peluche da far coccolare ai bambini ma anche creatura pericolosa che non esita a attaccare l’uomo. Sino a quando non diventa il fulcro di uno dei progetti di conservazione dell’Unione Europea, che con uno dei diversi Life riversa importanti finanziamenti per mettere in campo azioni di lungo periodo per la sua tutela.

Ma più aumenta la presenza dei grandi carnivori e più aumenta la pressione della componente venatoria nei loro confronti, che soffia sul fuoco dell’intolleranza trasformando una risorsa ambientale in un pericolo, un regolatore delle popolazioni di erbivori e cinghiali in un nemico in grado di mettere a repentaglio la vita umana. Accade in Trentino ma la stessa cosa non avviene per esempio in Abruzzo, dove la convivenza con orsi e lupi è completamente diversa: non mancano casi di bracconaggio ma gli animali sono accettati dalla popolazione, che ne percepisce importanza e vantaggio, anche quello economico portato dal turismo.

Così gli orsi trentini restano sigle, quelle con cui il progetto Life identifica ogni esemplare, e solo quando sono minacciati a causa di episodi in cui uomo e orso collidono, con piccole scaramucce sempre senza esito letale, allora da sigle diventano individui. Così è accaduto per Daniza, l’orsa morta a seguito di errate modalità di cattura perché nel momento in cui un animale ha un nome si stacca dalla massa dei suoi simili, diventa un soggetto da tutelare, da difendere anche da un uomo sempre più aggressivo.

In Abruzzo quando un orso entra, per errore, in una casa non viene identificato con una sigla, che pur lo caratterizza: per la gente è soltanto l’Orso Mario, quasi un personaggio da cartoon e le reazioni non sono scomposte come quelle che accadono in Trentino.  Anzi qualcuno insinua che il povero Orso Mario sia stato volutamente indotto a combinar guai, avvicinandosi alle abitazioni, con dazioni di cibo a cui un orso difficilmente si sottrae: creando un vizio, una dipendenza, un pericolo. Forse per mettere in atto qualche speculazione, ostacolata dalla presenza dei plantigradi.

Sono sempre più pericolosi gli uomini per gli animali che non viceversa: così qualche scriteriato può facilmente rendere un orso confidente grazie al cibo. Proprio come successe decine e decine di migliaia di anni addietro quando l’uomo addomesticò i lupi per farli diventare quello che sono oggi: i cani che vivono con noi.

In Italia si muore per incidenti di caccia, per violazioni delle leggi sul lavoro, per guida sotto uso di stupefacenti, per malasanità, per calabroni e vespe, per raptus omicidi ma non per attacchi di orsi e lupi. Nonostante questa sia un’evidenza che non può essere smentita il circo mediatico non si ferma: crea nuove paure, alimenta leggende, racconta di orsi pericolosi ma non di uomini con comportamenti imprudenti o peggio.