La geografia delle soppressioni dei cani racconta degli uomini

La geografia delle soppressioni dei cani racconta degli uomini perché fornisce dati interessanti su quanto la loro gestione, in senso complessivo, sia influenzata da fattori come attenzione e educazione, piuttosto che dalla disponibilità economica.

Mi è stato suggerito un interessante studio condotto da Andrew Rowan e Tamara Kartal, entrambi appartenenti alla Humane Society, una delle maggiori organizzazioni che si occupano di protezione degli animali negli Stati Uniti e non solo.

Questo studio rivela come l’evoluzione del costume, l’accresciuta educazione e sensibilità abbiano contribuito a ridurre in modo drastico il numero delle soppressioni di cani indesiderati nei rifugi degli Stati Uniti.

Un dato che, se ce fosse ancora una volta necessità, conferma che soltanto educazione e l’incremento della sensibilità potranno liberare anche il nostro paese dal fenomeno del randagismo. Senza necessità di uccidere, ovviamente.

I dati americani infatti fanno ben sperare: nel 1973 negli Stati Uniti furono uccisi 13,5 milioni di animali indesiderati, presenti in canili e gattili, mentre il 25% della popolazione canina del tempo era vagante per strada. Non veri e propri randagi ma animali vaganti, quindi anche di proprietà. Il vagantismo ancora oggi è in Italia una delle grandi cause del randagismo, proprio per la pessima abitudine di lasciare liberi e non sterilizzati i cani di proprietà, specie nelle zone rurali.

Nel nostro paese abbiamo due fattori che incidono pesantemente sulla gestione degli animali di proprietà: l’ignoranza, che porta a considerare gli animali con scarso rispetto e quindi senza occuparsi/preoccuparsi delle problematiche che derivano da una riproduzione incontrollata e il mancato rispetto delle leggi.

Se la legge obbliga a identificare i cani con il microchip una parte rilevante della popolazione evita di farlo, non si pone il problema derivante dal’obbligo, supportata in questo dagli scarsi controlli che, in tutti i settori, hanno allevato un menefreghismo dilagante. E qui entra in gioco l’educazione e il senso civico, doti per le quali nel nostro paese non brilliamo. (leggi qui)

Negli Stati Uniti, alla metà degli anni ’80, quindi soltanto dieci anni dopo il dato sulle soppressioni indicato in precedenza,  il numero degli animali abbattuti nei canili era sceso a 7,6 milioni di animali. Un dimezzamento avvenuto in un tempo davvero breve, pur restando enorme il numero di animali, che vanno però ovviamente rapportati alla popolazione americana. In Italia, quando la soppressione nei canili era ancora legale, sono stati centinaia di migliaia gli animali soppressi ogni anno.

L’incremento delle adozioni, delle sterilizzazioni e una maggior attenzione verso i diritti degli animali ha ulteriormente ridotto questo fenomeno, che pur avendo numeri ancora rilevanti rispetto ad altri paesi come quelli del Nord Europa, appare in drastico calo. Nel solo 2005 i dati parlano di oltre 11 milioni di animali sterilizzati presso strutture private, contro solo una cifra poco superiore ai due milioni di interventi praticati da enti pubblici. Un dato che dimostra la maggior attenzione dei cittadini e anche una maggior consapevolezza sulle responsabilità individuali.

Le amministrazioni pubbliche fanno la loro parte con campagne informative e aiutando, tramite vaucher, i cittadini per le sterilizzazioni, che avvengono anche con l’impiego di cliniche mobili. Queste cliniche sono purtroppo ancora osteggiate in Italia, dove non è stata attuata ancora una vera liberalizzazione delle professioni, compresa quella dei veterinari. Realtà che porta a ordini professionali chiusi a riccio a difesa dei diritti dei loro iscritti.

Il rapporto eutanasia/abitanti dimostra inoltre come questo, negli USA, sia inferiore negli stati del nord e maggiore in quelli del sud. Un dato che rapportato al randagismo è la fotocopia di quanto avviene in Italia, per giunta con motivazioni abbastanza simili: scarsa attenzione ai diritti degli animali accompagnato da un grande numero di animali vaganti. Per questo la geografia delle soppressioni dei cani racconta degli uomini, come quella di non essere responsabili dei propri animali.

Nel New Jersey il numero di cani abbattuti è diminuito del 90% dagli anni ’70 al 2014. Calcolando la rigidità delle strutture americane sui tempi di permanenza dei cani indesiderati nei rifugi questo è  un dato davvero incoraggiante. Consiglio comunque di leggere l’intero articolo comparso sulla rivista Animals (leggi qui) in quanto fornisce chiavi di lettura interessanti sulla questione dei cani indesiderati.

Con le debite differenze dovute al fatto che da noi esiste randagismo e animali vaganti, mentre negli Stati Uniti questo fenomeno è decisamente meno diffuso a causa dell’efficienza americana che porta a rimuovere rapidamente i randagi e ai tantissimi sequestri operati ogni anno per maltrattamenti o cattive condizioni di custodia, lo studio fornisce spunti interessanti per la risoluzione del problema.

Il cronico problema del randagismo da noi è infatti in grandissima parte dovuto a una non gestione delle problematiche legate agli animali di proprietà e alla loro riproduzione, allo scarso rispetto delle regole e alla cronica esiguità dei controlli. Abbiamo sostituito le eutanasie con gli incanilamenti (leggi qui), spesso a vita,  senza purtroppo raggiungere i successi, in termini di contrasto al problema toccati dagli americani.

Ma fra le cause non possiamo nemmeno tralasciare quella causata da ignoranza sul problema e insipienza di molti amministratori pubblici e sindaci che, anziché preoccuparsi contrastare il fenomeno del randagismo, preferiscono adottare campagne di incentivi economici nel tentativo di svuotare i canili. Senza comprendere che i cani fatti uscire dalla porta rientreranno, come si suol dire, dalla finestra.  In una giostra senza fine.