The Gadhimai festival

Una giovane bufala aspetta il tempo del suo sacrificio

Ogni 5 anni si celebra a Baryarphur, in Nepal, il Gadhimai festival: una celebrazione indù nella quale vengono sacrificati diverse centinaia di migliaia di animali in nome della divinità, ritenendo che quest’orgia di sangue collettiva possa garantire alle comunità la prosperità e l’allontanamento del male. Ora qualcuno ha accostato il terremoto che in questi giorni ha colpito il Nepal, identificandolo sui social come una conseguenza di tanta cattiveria verso gli animali, un karma, plaudendo a questo terrificante evento naturale che ha messo in ginocchio il paese asiatico, creando un numero di morti e feriti ancora imprecisato.Chiunque abbia visto foto o filmati di quest’orgia religiosa della festa dedicata alla dea Gadhimai credo  non possa che aver provato orrore verso uno spettacolo traboccante di sangue, sofferenza, fanatismo religioso, violenza e indifferenza verso la sorte degli animali. Per un laico a tutto questo si aggiunge l’impossibilità di comprendere come la religione possa trasformarsi da rapporto mistico con il divino, sotto qualsiasi forma si manifesti, in una manifestazione così carica di violenza e di irragionevolezza. Negli anni il festival di Gadhimai è stato oggetto di grandissime proteste della comunità internazionale e delle organizzazioni di tutela degli animali, che ovviamente lo ritengono una forma di violenza del tutto inaccettabile, che peraltro porta in Nepal un grande numero di indù dall’India, dove questo tipo di manifestazioni sono vietate. Non vi è dubbio che l’auspicio di tutti, credo anche delle persone che non si occupano di diritti animali, sarebbe quello di poter rinchiudere nel cassetto della storia queste truculente celebrazioni, non comprese ed incomprensibili per un occidentale. Senza però nulla togliere ad una serie di barbarie che noi pratichiamo verso gli animali anche nella civile Europa, meno truculente forse, ma non prive di violenza e sofferenza per gli animali. Alcune volte, succede per tutte le disgrazie non è la sofferenza, ma il numero dei sofferenti a fare la differenza: se muore un migrante per volta è un problema, tre sono una disgrazia, settecento rappresentano un’immane tragedia. Ma tre morti che succedono cinque volte in un giorno per 365 giorni non fanno notizia, ma sono comunque una tragedia.

Ritornando al Gadhimai festival qualcuno ha pensato di dover dare il proprio contributo all’orrore e alla violenza plaudendo, sulla rete, per le morti ed i danni causati dal recente terremoto in Nepal, mettendo in relazione la festa dedicata alla dea Gadhimai con l’evento terremoto, quasi potesse essere una sorte di distruzione divina operata per punire tanta violenza. Ho sentito con le mie orecchie una signora dire in una trasmissione radiofonica che ora, per chiudere in bellezza evidentemente, ci sarebbe voluto uno tsunami in Cina, visto che in quel paese mangiano i cani. Concetti e speranze che fanno rabbrividire, certo meno truculenti della decapitazione di centinaia di migliaia di animali, ma non meno violenti e insensati. Sicuramente è più facile, come in questo caso, dire stupidaggini bevendo un aperitivo ad Ibiza, mentre la gente è sotto le macerie in Nepal, ma la crudele idiozia di queste affermazioni dimostrano due realtà purtroppo incontestabili: la prima è che i fanatici, religiosi o laici, esistono a qualsiasi latitudine del globo; la seconda è l’impossibilità di difendere diritti e protestare contro la violenza esercitando la medesima violenza, seppur sotto altre forme. Poi c’è anche una terza considerazione che va fatta: la stupidità di chi si accoda a quest’orgia di maledizioni verso i nepalesi e verso tutti i popoli che mettono in atto azioni crudeli verso gli animali, unita allo scarso contrasto di quanti avrebbero un dovere morale di rintuzzare queste stupidaggini, non foss’altro perché fanno passare tutte le persone che si occupano di diritti animali come dei fanatici, anche un poco sadici, preoccupati di difendere gli animali, ma nel contempo invocando però morte e distruzione per i loro simili.

Credo che il mondo, il pianeta Terra, per migliorare abbia bisogno di sforzi collettivi, della crescita di un rispetto universale basato anche sulla comprensione, che non deve essere giustificazione verso comportamenti diversi, inaccettabili per noi che viviamo il nostro attimo presente in occidente, in un mondo fatto di democrazie consolidate, di modernità, di tolleranza (relativa) e di una vita che ha già traguardato da secoli il Medio Evo, le tribù, i sacrifici umani, la Santa Inquisizione, il vivere senza accesso all’acqua pulita, senza o con pochissimo cibo, con una vita media che da noi imporrebbe la chiusura di tutte le strutture per anziani per mancanza di ospiti. Se vogliamo davvero ci sia progresso nel riconoscimento dei diritti delle categorie deboli, come lo sono anche gli animali, dobbiamo cercare di creare una diversa empatia, che non può precludere i nostri simili, che non ci deve trasformare in violenti paladini di diritti che sembrano più dettati dalla pancia che non assimilati con la testa. Faccio davvero fatica a pensare che chi distribuisce auguri di morte e disgrazie, naturali o meno, possa avere una reale idea del significato di alcune parole: diritti, rispetto, tutela, empatia e che quindi possa essere un effettivo contributore al miglioramento della vita sul pianeta.

I filmati del festival in onore della dea Gadhimai, postati con disinvoltura per colpire l’immaginifico delle persone sensibili senza neanche chiedersi se tanta violenza possa essere usata a sostegno delle proprie tesi, mi fanno orrore, ma non meno di quanti stanno usando l’estremismo per difendere un’idea di rispetto di una categoria fragile. Fiancheggiare queste frange del movimento, intransigenti, talebane, arroganti, non farà bene al messaggio che parla di tutela dei diritti animali. Un autogol clamoroso che non tiene conto che, nonostante tutto, messo alle strette l’uomo difenderà con maggior vigore la sua specie, non la tolleranza, non l’empatia con il creato. Credo che il mondo sia pieno di persone che difenderebbero i diritti delle creature deboli, non certo grazie alla violenza di una componente che vuole parlare di diritti, senza conoscere l’argomento.

Speriamo che da qui al 2019 il Gadhimai festival possa essere un ricordo, anzi un incubo, passato grazie alla fine della notte e all’arrivo di un nuovo giorno. Però speriamo anche che il popolo nepalese possa risorgere da questa immane disgrazia e avere, magari, maggior comprensione della sofferenza, di fronte alla quale siamo tutti uguali e molto più di quanto un’analisi superficiale ci porti a credere.