Il Palio dell'Assunta a Siena come sempre regala sofferenza

Il Palio dell’Assunta a Siena come sempre regala sofferenza: competizione, campanilismo fra le contrade, tradizione, turismo, scommesse che fanno scorrere danaro a fiumi, l’ossessione di vincere dei contradaioli rappresenta il mix fra sacro e profano.

Quello che porta, la sera prima, i cavalli nelle chiese per essere benedetti, rendendo bene l’idea degli interessi che ruotano dietro al Palio di Siena. Nulla è lasciato al caso e i senesi adorano il palio, ma ancora di più il fiume di denaro che si riversa in città, che fa affittare i balconi di Piazza del Campo, che la riempie fino allo spasimo.

Persone che si accalcano e che del Palio sentiranno solo il rumore, molte senza vedere nulla, diventando parte integrante di una marea umana, che si compone e si scompone, senza la stessa armonia che hanno le nuvole degli storni in migrazione.

Proviamo a smontare con la logica questa “macelleria messicana” che ogni anno costa sofferenze ai cavalli, proviamo a guardarla dalla parte della ragione e non da quella dei diritti degli animali, partendo dalla frase di un celebre pittore, Goya, che descrisse in un aforisma meglio di tanti altri, il lato buio della natura umana: “il sonno della ragione genera mostri”.

Il Palio di Siena incontrovertibilmente appartiene alla storia, come appartengono alla storia un sacco di tradizioni che hanno per protagonisti uomini e animali. Come dimenticare gli alberi della cuccagna, pali di legno cosparsi di grasso, dai quali era consuetudine far pendere pollame vivo e maialetti da latte, ricompensa per gli arditi scalatori che raggiungevano la cima.

Per non parlare della Festa della Palombella di Orvieto, quando per secoli un’ignara colomba viva viaggiava per la piazza sospinta da dei fuochi d’artificio o delle numerose feste praticate nella cattolicissima Spagna, dove asini e capre venivano impiccati o gettati dai campanili, per propiziarsi la benevolenza di un dio certo non troppo misericordioso. Il tempo ha avuto giustizia di molti riti pagani e il buon senso è ricaduto sulla testa degli uomini, impedendo il protrarsi di ulteriori atti di crudeltà.

Molti potrebbero obbiettare: ma questo cosa c’entra con il Palio? C’entra perché anche il Palio di Siena è un mix fra un rito, una festa e una competizione ma tutti e tre gli angoli di lettura non possono giustificare la sua permanenza in vita. Piazza del Campo non è la pista di un ippodromo, come prova peraltro il grande numero di cavalli morti e infortunati ogni anno, che aggrava il senso della competizione su un anello fuori dal tempo, in cui non potrebbero correre senza sofferenze neanche cavalli diversi dai purosangue.

La festa e il rito potrebbero essere agevolmente sostituiti da un altro genere di competizione, che veda sempre protagoniste le contrade ma che, ad esempio, sia una competizione di triathlon fra atleti. Certo verrebbe a mancare il rito pagano, certo il pubblico non potrebbe aspettarsi l’incidente, non potrebbe gioire per le ferite riportate dal cavallo della contrada avversa, ma sicuramente si traslerebbe il piano da uno spettacolo degno di un moderno circo con fiere e gladiatori a una competizione sportiva. E’ bene sottolineare infatti che il Palio non ha nulla di sportivo e sono ammesse scorrettezze che in ogni altra competizione, anche equestre, porterebbero alla squalifica dei concorrenti.

Il Palio dell'Assunta a Siena come sempre regala sofferenza

Dal 1970 ad oggi sono stati abbattuti nel corso delle varie edizioni del Palio ben 50 cavalli, sicuramente un numero di animali rilevante. Com’è rilevante il maltrattamento causato da frustate, urla, percorso inadeguato ed un uso del doping sempre in agguato. Si potrebbe obbiettare che il numero dei cavalli morti durante la competizione rappresenti un infinitesimo rispetto a quelli macellati ogni giorno, per uso alimentare: se il rispetto dei diritti degli animali vivesse di statistiche questo dato sarebbe incontrovertibile nella sua cruda verità.

Questa però sarebbe una chiave di lettura parziale, anche se vista con l’occhio di chi mai e poi mai mangerebbe carne di cavallo. Riprendiamo infatti l’aforisma di partenza di questo articolo: “il sonno della ragione genera mostri”. Bene, allora la ragione direbbe che nessuna crudeltà può essere legittima, lo dice anche la Cassazione e non solo il buon senso, e solo per questo motivo le sofferenze a cui sono sottoposti i cavalli del Palio di Siena dovrebbero essere eliminate, impedite come inutili, viste come una pessima scuola che insegna la legittimazione dello sfruttamento, l’esaltazione del danaro, la completa cecità verso le sofferenze.

Un macello non è diverso, ma un macello che alimenti solo competizioni fra campanili, scommesse e canalizzi fiumi di soldi rappresenta un fatto ancora più grave: la vita non deve essere giudicata quando scorrono i titoli di coda, come in un film, ma deve essere valutata nella sua interezza, per quanto quella “coda”, non quella dei titoli, ha patito nel lasso di tempo intercorrente fra il venire al mondo e schiantarsi contro le barriere di Piazza del Campo.

Per questo ogni tipo di palio con animali dovrebbe essere vietato, con buona pace della storicità delle manifestazioni. La tradizione non può rappresentare una giustificazione che renda accettabile un’attività crudele. In fondo anche la guerra è una delle più antiche attività umane, ma non per questo trova mai giustificazione.