Il mondo adotti l’Amazzonia, un patrimonio planetario troppo importante per poterlo lasciare andare in fiamme, distrutto dai cambiamenti climatici e dagli interessi economici. Un ecosistema fondamentale che il presidente del Brasile Jair Bolsonaro non ha difeso adeguatamente.

Dobbiamo vedere l’Amazzonia come un bene collettivo, un patrimonio imperdibile che si deve ritenere appartenga a tutta l’umanità, come molti altri ecosistemi. Tutti meritevoli di essere difesi per la loro importanza ambientale, luoghi dove è custodita una gran parte della biodiversità del nostro pianeta.

Bisognerebbe iniziare a considerare la Terra come un super condominio, con le sue grandi differenze e con le parti comuni che devono essere tutelate da ogni abitante. Con costi che devono però essere spalmati sulla collettività umana senza lasciarli solo sulle spalle di chi possiede i capitali naturali.

Jair Bolsonaro si sta comportando come un predone

Il presidente del Brasile è forse la persona meno attenta alla tutela ambientale, più dello stesso presidente degli Stati Uniti. Trump ha dimostrato di essere interessato più all’economia che all’ambiente, ma certo Jair Bolsonaro non è da meno.

Un’ondata di incendi sta devastando l’Amazzonia, più di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni la deforestazione selvaggia, il latifondo, l’allevamento di amali da carne e la ricerca mineraria. Mettendo in pericolo la vita dei popoli nativi, degli animali che l’abitano ma anche di tutti noi.

Le foreste producono ossigeno e sequestrano anidride carbonica, svolgendo un’azione fondamentale per il benessere del pianeta, per contrastare il cambiamento climatico. Ma quando la foresta brucia il ciclo si inverte: il fuoco brucia ossigeno e restituisce anidride carbonica: un disastro di proporzioni planetarie.

Difendere gli ecosistemi è un problema da affrontare a livello planetario

In occidente abbiamo l’idea che difendere gli elefanti, preservare i rinoceronti e tutelare l’ambiente sia un dovere degli stati che possiedono questi patrimoni. Io credo che invece non sia così: conservare e difendere ha un costo e questo deve essere affrontato a livello collettivo perché gli interessi della conservazione sono a livello del’intera società umana.

Dobbiamo smettere di voler insegnare come dovrebbero attuare le politiche ambientali gli stati in via di sviluppo, considerando anche il nostro passato. Abbiamo distrutto, inquinato, deforestato in nome del profitto e ora vorremo dare lezioni di buona gestone ai paesi più poveri.

Dobbiamo cambiare la visione politica, guardando il lungo periodo e destinando risorse, in quantità proporzionali alla ricchezza degli Stati. E forse anche in rapporto ai danni ambientali che compiono e hanno compiuto nel recente passato.

Prendersela con Bolsonaro è gusto ma è necessario che Il mondo adotti l’Amazzonia e che lo faccia subito. Facendo diventare questo un metodo da applicare per tutti gli ecosistemi fondamentali, come l’Artide. Non abbiamo più tempo per aspettare, l’urgenza non ci consente più di restare seduti, seguendo le ricette dell’economia senza mettere l’ambiente al primo posto.

Un organismo sovranazionale come l’ONU dovrebbe occuparsi, senza che ci siano paesi che possano avere diritto di veto, della gestione dei grandi patrimoni trasnazionali. Che va ricordato non sono limitati all’Amazzonia o all’Artico: in questo momento bruciano foreste in entrambi gli emisferi, i cambiamenti climatici sono planetari e la distruzione ambientale non conosce confini.

Non dobbiamo solo preoccuparci di ridurre le emissioni, di limitare i consumi: abbiamo necessità di difendere, con le unghie e con i denti, tutti gli ecosistemi che producono effetti positivi sul clima, contengono e tutelano la biodiversità, sono utili al pianeta.