No al commercio animali esotici

Un parrocchetto monaco libero in una città spagnola

Se il parrocchetto monaco a Barcellona sta soppiantando, per numero, i colombi non è certo perché ha deciso di emigrare dal Sud America per raggiungere la  vecchia Europa, ma è purtroppo il frutto di rilasci in natura di una specie che aveva tutte le caratteristiche etologiche per adattarsi al clima della parte meridionale della Spagna. Per questo motivo non avrebbe mai dovuto essere importato, allevato e commercializzato in Europa, ma si sa che la nostra specie troppo spesso prima agisce e poi capisce, in genere quando il danno fatto assume proporzioni tali da essere irreparabile.

Il commercio di animali in generale e di esotici in particolare è il principale responsabile non soltanto della sofferenza che quotidianamente viene inflitta a milioni di animali da compagnia, troppo spesso tenuti in condizioni di scarso o assente benessere, ma anche della dispersione in natura di specie che non appartengono, ad esempio, alla fauna europea. A questo punto l’Europa chiede agli stati membri di preservare la biodiversità minacciata dalle specie invasive, chiedendo di spendere milioni di euro per la loro “eradicazione”, termine tecnico solo più elegante di sterminio, ma altrettanto irraggiungibile: una volta raggiunta una popolazione rilevante e acclimatata è impossibile pensare di riuscire a toglierla, con qualunque metodologia, dall’ambiente. La logica sarebbe di accettare che purtroppo il danno è stato compiuto, che non serve lanciare crudeli piani di annientamento, ma che il problema dovrebbe invece rappresentare un punto di partenza: per difendere realmente la biodiversità non dovrebbe essere possibile importare all’interno della CE qualunque specie animale che possa adattarsi ai nostri climi. Ancora oggi invece, nonostante i problemi che abbiamo con tartarughe della Florida, parrocchetti monaci e dal collare, scoiattoli grigi, nutrie e molte altre specie animali e vegetali, continuiamo con leggerezza ad importare specie che possono facilmente adattarsi alla vita libera.

La Comunità Europea ha vietato l’importazione, ad esempio, delle tartarughe della Florida della specie Trachemys scripta elegans (tartaruga guance rosse) per evitare il fenomeno dell’abbandono in natura degli animali, comprati quando sono grandi come una pallina da ping pong e gettati nei laghetti quando raggiungono le dimensioni di un piatto. Peccato che i commercianti abbiano soltanto cambiato specie e abbiano iniziato a importare la Trachemys scripta scripta (tartaruga guance gialle) oppure degli ibridi e così adesso tutti i corsi d’acqua, laghetti e stagni ospitano copiose popolazioni di tartarughe palustri alloctone. Lo stesso discorso e lo stesso errore è stato ripetuto con lo scoiattolo grigio americano (Sciurus carolinensis)del quale è stato recentemente vietata l’importazione proprio perché oramai è diffuso in tutto il nord Europa, e in questo modo il commercio si è gettato sullo scoiattolo variabile (Callosciurus finlaysonii), che costituirà il prossimo problema.

Se il danno è prodotto dal commercio, mal regolamentato e completamente deresponsabilizzato rispetto ai danni ambientali che causa, è comunque corretto dire che vi è una grande responsabilità causata dalla scarsa informazione se non vera e propria ignoranza dei consumatori, che acquistano animali senza criterio, con il solo metro di valutazione costituito dall’esserne piacevolmente attratti. Questo comportamento è colpevole, in modo particolare oggi, quando tutte le informazioni sarebbero disponibili in rete, se soltanto uno volesse davvero fare un’azione responsabile: quella di non comprare specie selvatiche.

Callosciurus finlaysonii

Uno scoiattolo variabile in cattività

Se ci fosse attenzione reale al benessere degli animali, se molti amanti degli animali non si ritenessero tali solo perché possiedono animali prigionieri nelle loro gabbie o nelle loro teche, il problema sarebbe già stato risolto alla radice: un acquisto consapevole di questi animali non verrebbe fatto e, conseguentemente, privata della domanda (acquirenti) sarebbe finita anche l’offerta (commercianti). Ma purtroppo non è così e gli animali selvatici, che mai dovrebbero essere considerati come animali da compagnia anche se riprodotti in cattività, continuano a pagare il prezzo di scelte sbagliate con la loro sofferenza.

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