Gli ippopotami di Pablo Escobar

Gli ippopotami di Pablo Escobar fanno ancora notizia in Colombia, a distanza di oltre 20 anni dalla morte del narcotrafficante più conosciuto al mondo, il capo incontrastato del famigerato cartello di Medellin.

Pablo Escobar Gaviria è stato per un lungo periodo di tempo uno degli uomini più potenti e temuti della Colombia, grazie a un potere economico indicibile alimentato dal traffico di droga verso gli Stati Uniti. Pochi sanno che nella sua hacienda, Nàpoles, Escobar avesse allestito uno zoo, anche allo scopo di impedire che i cani antidroga potessero fiutare gli stupefacenti.

L’utilizzo degli animali selvatici come strumento per evitare i controlli è stato più volte impiegato dai narcos di mezzo mondo, che spesso hanno nascosto la droga proprio nei doppi fondi delle casse utilizzate per il trasporto di animali pericolosi o velenosi. Pochi doganieri avrebbero messo mano al carico e nessun cane lo avrebbe mai trovato.

Ora la hacienda Nàpoles è diventata un’attrazione turistica con tanto di zoo, parco attrazioni e albergo. Con altri animali rinchiusi, fra i quali elefanti fatti arrivare apposta dallo Zimbabwe. Ma lo zoo non è per gli ippopotami di Pablo Escobar, che trovarono il modo di lasciare la fattoria. Forse riuscirono a fuggire oppure vennero liberati intenzionalmente, ma quel che è certo è che trovarono il loro habitat naturale nel fiume Magdalena, che scorre non lontano da Nàpoles, l’azienda agricola che fu la residenza del narcotrafficante.

Dai quattro esemplari originari ora però gli animali ora sono diventati più di una quarantina, potendo contare su un ambiente molto simile a quello dell’Africa, senza avere, in compenso, predatori. In questo modo gli animali sono aumentati, sfruttando anche la simpatia dimostrata dagli abitanti della zona e dei colombiani. Fino a che il loro numero non ha iniziato a creare problemi non solo all’intero ecosistema, ma anche all’agricoltura e all’uomo.

Il governo colombiano ha così dichiarato da tempo guerra, pacifica, agli ippopotami di Pablo Escobar: infatti sono aumentate le proteste degli agricoltori e degli allevatori locali, sia per lamentate aggressioni da parte degli animali sia per la competizione con il bestiame. Gli ippopotami sono infatti animali erbivori che mangiano, ovviamente, grandi quantità di vegetali per nutrire un fisico imponente, con conseguente necessità di usare i pascoli del bestiame per procacciarsi il cibo.

Gli ippopotami sono ritenuti la prima causa di morte in Africa per aggressioni all’uomo, più di leoni e leopardi. Con la loro stazza, che varia tra i mille e i tremila chili, gli ippopotami sono più pericolosi in terra che in acqua, caricando senza esitazione tutti gli ostacoli, uomini compresi, che si trovano ad attraversare le piste che li portano dall’acqua ai pascoli. Calpestando senza esitazione gli intrusi.

Ora il governo sta cercando zoo che siano disposti ad accoglierli, non volendo fortunatamente e per il momento procedere all’abbattimento, vista la simpatia che suscitano nella popolazione colombiana. Fino ad ora, dopo un solo intervento, non è stata perseguita l’idea di sterilizzarli anche per gli altri costi che l’operazione comporterebbe, vista la carenza di fondi a disposizione dello stato.

Un ulteriore danno, seppur collaterale, del traffico di stupefacenti, quello causato dagli ippopotami di Pablo Escobar, che a distanza di tanto tempo tengono ancora vivo e presente il ricordo di uno dei più sanguinari padrini del narcotraffico sudamericano.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a animali inconsapevoli e incolpevoli, traslocati dall’Africa alla Colombia loro malgrado, che nella migliore delle ipotesi finiranno la loro vita, dopo un periodo di libertà, in qualche struttura. Certamente non sarà facile trovare una collocazione per un numero così elevato di animali adulti, con un’indole peraltro che, contrariamente a quanto potrebbe far credere l’aspetto, non è certo quella di un pacifico erbivoro.

Potrebbe quindi finire molto male, per gli ippopotami di Pablo Escobar, la loro avventura sudamericana.