Fare profitti senza occuparsi di essere crudeli verso gli animali

Fare profitti senza preoccuparsi di essere crudeli verso gli animali è una realtà che non può più essere accettata, nemmeno dagli onnivori. La soglia limite è stata da tempo superata e l’estremismo non sta nei vegani, ma in chi sfrutta la sofferenza senza avere scrupoli.

Speciale TG1 di RAI ha mandato in onda un’inchiesta realizzata con il supporto dell’associazione Essere Animali sulle vergognose condizioni in cui versano gli animali degli allevamenti intensivi, sui maltrattamenti che avvengono durante i trasporti e nelle operazioni di macellazione.

Un quadro a tinte fosche che racconta della strada intrapresa da quando gli allevamenti si sono trasformati da attività agricole con un piccolo numero di capi a vere e proprie catene di  montaggio industriali, dove gli animali rappresentano la materia prima e la loro carne il prodotto finito. 

Una trasformazione realizzata senza alcuna attenzione verso le mutate conoscenze scientifiche, quasi ancora ci si trovasse ai tempi di Cartesio e alla sua definizione degli esseri viventi non umani: automi animati incapaci di sentire dolore e di vivere emozioni.

La logica del profitto ha ammazzato l’etica

La trasmissione ha tratteggiato, con inchieste filmate ed interviste, un quadro del settore davvero desolante, con il rappresentante di Confagricoltori che annaspa di fronte alle immagini. Che a tratti critica e altre quasi giustifica agitando la solita bandiera, quella delle mille paure: se non li alleviamo noi, li alleveranno in altri paesi e sarà ancora peggio, per gli animali e per la salute dell’uomo.

Un ritornello che certo non convince, come non convincono le parole di un allevatore di suini dal quale proprio Confagricoltori ha indirizzato la RAI.

Nonostante fosse stato avvisato e “addestrato” l’uomo balbetta, tentenna, si contraddice e quello che si vede nelle immagini è solo un allevamento come tanti, molto più pulito, ma al netto del fatto che erano stati avvisati.

Un allevamento intensivo che comunque pratica condizioni di allevamento poco rispettose del benessere animali, con tagli delle code sistematici, anche se vietati dall’Unione Europea, e castrazioni praticate dal personale senza anestesia.

L’intervista successiva della puntata è con un alto funzionario del Ministero della Salute, il quale a una precisa richiesta della giornalista sui controlli effettuati negli allevamenti risponde in modo vago ma forse anche imbarazzato, tanto da sembrare reticente.

La giornalista non ottiene i dati di quanti siano gli allevatori denunciati per maltrattamento di animali, che ricordo essere un delitto punito dal Codice Penale. Il funzionario snocciola soltanto dati relativi alle “non conformità” riscontrate, termine che indica tutto ma anche nulla.  Considerando che in un allevamento intensivo sono tali e tante le problematiche, che vanno dalle condizioni di allevamento ai rifiuti, dallo stoccaggio dei mangimi alla salubrità dei luoghi.

Parlare di qualche centinaio di non conformità nulla aggiunge alla verità in termini di verifiche sul benessere animale. Del resto due sono le cose: o Essere Animali trova solo allevamenti intensivi che non hanno mai visto un veterinario ASL oppure qualcosa non funziona nelle rete dei controlli.

Troppi maltrattamenti negli allevamenti

Peraltro l’Italia su questa materia è al centro di numerose procedure di infrazione e ha perso importanti finanziamenti a causa delle inadempienze degli allevatori che non rispettano le normative comunitarie in termini di benessere animale.

Tacciare gli animalisti di esagerazioni appare quindi fuori luogo nel momento in cui gli allevamenti sono diventati luoghi di massimizzazione: del profitto, della resa, del basso costo ma anche della sofferenza animale.

Accantonando anche la questione più spinosa, la liceità per l’uomo di cibarsi di animali, restano aperte tutte le questioni legate ai diritti negati, alle sofferenze imposte e somministrate solo per profitto o peggio per indifferenza, alle quali non ci si può sottrarre, alle quali non può sfuggire nemmeno chi consuma carne.

Non esiste per l’uomo un diritto di creare sofferenza, anche se noi lo dimentichiamo troppo spesso esercitandolo continuamente con i nostri conspefici. Forse quella è una delle sedi della paura e della negazione: se riconoscessimo il diritto degli animali ad avere una vita migliore, a non subire angherie saremmo poi costretti a traslare questo concetto anche sui nostri simili.

Riconoscere la sofferenza, cercare di limitarla in esseri viventi non umani porterebbe a riconoscere il dovere di non esercitare violenze sugli uomini, di non privarli del futuro impegnandosi in un discorso realmente solidale.

Tornando dall’etico al pratico abbiamo il dovere, immediato e cogente, di impedire che esistano luoghi dove la sofferenza degli animali e l’indifferenza umana, di fronte alla violenza, si manifestino dal giorno della nascita a quello della morte.

Nell’attesa che il dibattito evolva e che si arrivi a un futuro in cui altri saranno i diritti garantiti agli animali occorre guardare al momento presente, fatto di regole già scritte ma non rispettate, di connivenze che fanno chiudere gli occhi in molti controlli, di scarsa attenzione e considerazione che son poi causa di gravissimi maltrattamenti, dell’esercizio di una violenza assurda sugli animali.

Pretendere il rispetto di queste regole minime, cercare di scegliere con attenzione cosa si mette nel piatto, fare scelte etiche come quella vegana o semplici politiche di riduzione dei consumi, sono decisioni individuali che possono però fare la differenza.

Continuare a tollerare un sistema di allevamento intensivo come accade in Italia, con i pochi controlli che ci sono nel nostro paese per numero complessivo e risultato, non è più possibile, né tollerabile. La crudeltà verso gli animali non è più accettabile.

Ragionevolmente gli attivisti per la difesa dei diritti animali saranno il detonatore della realtà degli allevamenti intensivi, ma l’esplosione che devono temere gli allevatori è quella che deriverà dal mercato, stufo di maltrattamenti agli animali, consapevole di consumare un cibo non sano e troppo spesso dannoso.

Per anni è stato fatto credere all’opinione pubblica che sarebbe cresciuto sano solo chi avesse mangiato carne tutti i giorni, mentre ora è risaputo che è esattamente l’inverso.

Del resto il fatto che sempre più organi di informazione pongano al centro delle loro attività giornalistiche il tema del benessere degli animali è la dimostrazione di una cultura che cambia, di un’attenzione verso un fenomeno che non è più tempo di liquidare come un comportamento di pochi estremisti romantici che inseguono un’utopia.