Essere green talvolta ingrassa

Essere green talvolta ingrassa, non tanto la raganella ovviamente, ma le aziende, che grazie al momento di alta sensibilità verso l’ambiente salgono sul treno della sostenibilità ambientale. Spesso senza conoscere la vergogna, con campagne di facciata pensate dagli uomini del marketing.

L’operazione commerciale di darsi una verniciata eco si chiama in greenwashing ed è basata sull’abilità di comunicare e dare all’impresa un aspetto ecologico, verde, a bassa quando non bassissima impronta ambientale. I consumatori però devono informarsi e non credere a ogni invenzione: esiste il vero, il verosimile, ma anche lo spudoratamente falso.

Un esempio facile sono i produttori di acque minerali in bottiglia, sia che usino contenitori di plastica oppure di vetro. L’acqua in bottiglia è la più grande follia dei nostri tempi, almeno nei paesi della vecchia Europa. Gli acquedotti sono controllati, molto più degli imbottigliatori di acqua, trasportando il bene più prezioso per la vita nel modo più ecologico. Senza camion, emissioni, plastiche e, soprattutto senza far fare all’acqua il giro del mondo.

Quattordici miliardi di litri d’acqua restano imbottigliati

Nel 2016 sono stati ben 14 miliardi i litri di acqua imbottigliati in Italia, con un consumo pro capite di ben 244 litri, il secondo al mondo dopo il Messico (dati Legambiente Altreconomia). Eppure le case produttrici delle acque minerali riempiono i cartelloni raccontando quanto siano verdi.

Chi vende acque minerali si racconta come paladino della lotta contro l’inquinamento e contro la plastica, offrendo bottiglie in parte realizzate con plastica riciclata. Che forse ammazzano il senso di colpa, ma non certo il consumo più insensato del nostro tempo. Grazie a operazioni di greenwashing, che da inquinatori legali cercano di farli percepire come paladini dell’ambiente.

Sulla plastica si fa ancora molta confusione, si mescolano, come spesso avviene, gli effetti con le cause. Il problema non è infatti (soltanto) la plastica dispersa in ambiente, che potrebbe in parte essere recuperata, con una miglior gestione dei rifiuti. Il problema è anche la plastica in se, il suo uso eccessivo, l’abuso dei contenitori usa e getta.

Due problemi che uniti provocano un effetto dannoso dirompente: cattiva gestione dei rifiuti e abuso di plastica. Due fronti sui quali c’è ancora tantissimo da fare, per sensibilizzare e educare.

La raccolta differenziata è fondamentale, ma non tutto si ricicla

Il riciclo è un sistema fondamentale per limitare l’impatto negativo che deriva dalla nostra produzione di rifiuti. Non bisogna però pensare che tutto quello che viene inviato al riciclo si trasformi in nuovo materiale. Parte delle plastiche finiscono ancora in inceneritore, perché non riciclabili e servono solo come fonte combustibile.

Non tutti sanno che solo una parte della plastica avviata al riciclo serve per produrre nuovi materiali secondari come spiega in modo chiaro questo articolo .

Essere green talvolta ingrassa le aziende perché i cittadini non sono informati, non sono consapevoli, non conoscono i processi di smaltimento e riciclo. In questo modo si crea la finta certezza che tutto quello che è avviato al riciclo possa essere considerato un “non rifiuto“. Ma non è così, purtroppo.

La scelta più virtuosa non è solo quella di gestire correttamente i rifiuti ma anche quella di informarsi, di combattere i luoghi comuni, di non credere alle promesse degli uomini del marketing. Decidere di privilegiare i materiali riutilizzabili rispetto a ogni tipologia di monouso, ricordandosi che anche le bottiglie di plastica sono da considerarsi monouso.

Se tutto appare ecologico il problema sembra risolto, ma non è così

Dalla birra alle scarpe, dall’abbigliamento ai supermercati quella di apparire verdi, sostenibili è la strategia di marketing dell’estate. Per catturare l’attenzione dei potenziali clienti e per spostare le propensioni d’acquisto. Un’attenzione che sarebbe importantissima ma solo quando è reale e concreta.

Il pericolo invece deriva proprio dal fatto di ubriacare il consumatore, di far credere che oramai tutto sia ecologico, che tutti i brand abbiano la massima attenzione. Con il rischio di fargli credere che tanto, visto che fanno già tutto gli altri, lui possa non fare nulla, se non acquistare da chi si racconta green. Ma non è così.

La sfida di questo secolo non sarà quella di eliminare la plastica, realtà al momento difficile da concretizzare in senso assoluto, ma di cambiare stile di vita, di conciliare le esigenze del pianeta con le nostre abitudini. Acquistare al supermercato ci fa traboccare le borse della spesa di plastica, ma non tutti hanno il tempo e il modo di girare per mercati e piccoli esercizi, dove poter comprare prodotti sfusi.

Pochi ancora guardano la provenienza di quello che comprano: dai kiwi australiani ai limoni argentini. Proposti con disinvoltura come se fosse normale trovare nella patria degli agrumi limoni che vengono dall’altro emisfero. Solo per fare un piccolo esempio di quanto siamo lontani dal essere a chilometro zero.

Essere green talvolta ingrassa anche le aziende che non se lo meritano

Come le fabbriche di macchine che ora cercano di svuotare i depositi dalle auto diesel, che rappresentano comunque i veicoli a maggior produzione di inquinamento. Senza dimenticare le compagnie petrolifere che dichiarano una grande attenzione ambientale. Tanto finta da essere segnalati per pubblicità ingannevole.

Ovviamente anche la politica pratica operazioni di greenwashing, talvolta aiutando imprese che operano nelle energie rinnovabili, come dimostrano recenti inchieste, ma che certo non sono pulite. Interessi anche criminali che si sovrappongono, rischiando di far diventare la tutela di ecologia e ambiente solo un nuovo business, senza ricadute positive.

Il senato, esclusivamente per ragioni politiche, ha recentemente deciso di non fare propria una “dichiarazione di emergenza climatica , come potete leggere in questo articolo de La Stampa. Con una classe politica che in Italia non perde mai occasione per dare il peggio di se.

Il percorso per invertire in modo sostanziale la rotta è ancora molto lungo e complesso, non facile nemmeno per chi si impegna a provarci. Siamo in piena emergenza, non credete a quanti vogliono farvi credere che con quattro pubblicità il marketing abbia risolto tutto.

L’impronta ecologica delle aziende, dell’economia e del consumismo sfrenato non è ancora cambiata. Non dobbiamo abbassare la guardia, non bisogna farsi prendere in giro: occorre essere cittadini attivi e attenti.

Non sarà Greta Thunberg a essere risolutiva, anche se ha comunque il merito di essere riuscita a dare ancor più visibilità a un problema epocale. Sarà l’attenzione e l’impegno di ognuno a fornire il contributo indispensabile non per vincere una battaglia, ma per non perdere una guerra.