creare il tigrallo

Saranno riusciti per davvero a creare il tigrallo? Certamente no, ma effetti con un titolo diverso si sarebbero potuti fare molti click, molti più di quanto si immagini. Sarebbe stata una sorta di truffa, fatta per guadagnare sulle visualizzazioni, molto in voga ora. Molti si chiedono come mai l’informazione, anche su animali e ambiente, sia così manipolata, approssimativa quando non falsa. Raccontando notizie improbabili, non verificate, prese da comunicati stampa di fonti troppo spesso inattendibili.

La spiegazione è semplice: chi scrive, chi fa informazione, chi si sforza di mantenere una dignità e di vivere onestamente, senza fare marchette, non è pagato il giusto. Anche per questo motivo si può riuscire a creare il tigrallo, a dargli una parvenza di credibilità. Il collaboratore a cui viene chiesto di scrivere un pezzo per pochi spiccioli, se non si è mai occupato di animali, paradossalmente ma non troppo, potrebbe anche crederci.

Capita spesso di leggere notizie, su temi che riguardano gli animali o l’ambiente, che farebbero impallidire quella del tigrallo. Pubblicate senza controllo, scritte in fretta e furia, con titoli che non rispecchiano i contenuti. Dietro queste fake news ci sono persone che per scrivere un articolo, per fare un pezzo, vengono pagate 3/5 Euro. Qualcuno pensa che per questa cifra sia davvero possibile fare informazione di qualità? Quanto tempo può dedicare per verificare una notizia chi scrive un articolo per pochi spiccioli?

Il tigrallo nasce e vivrà a lungo se non si riconosce valore a chi scrive

Lo testimonia, con coraggio e determinazione, Barbara d’Amico, collaboratrice del prestigioso Corriere della Sera. A lei il giornale ha portato il compenso per gli articoli prima da 40 a 20 euro, per arrivare ora a 15 Euro lordi. Senza preavviso, ma solo con un avviso unilaterale, a pezzi già scritti. Ma c’è chi scrive anche per molto meno: in ogni settore, fame e concorrenza non mancano mai.

Gli editori non sempre cercano la competenza, devono riempire le pagine al minor costo possibile anche se questo comporta di farlo con articoli sciatti, insipidi e troppo spesso di qualità davvero scadente. In questo modo si avvelena l’informazione, si allontanano le persone che vorrebbero scrivere seriamente e con senso di responsabilità. Ognuno vorrebbe infatti potersi permettere, lavorando in modo professionale, di poter fare la spesa e di riuscire a far fronte alle uscite quotidiane. Senza doversi immolare sull’altare della correttezza, caratteristica che non pare davvero onnipresente nel mondo dell’informazione.

Le fake news volano anche sulle ali di un’editoria che riceve contributi e restituisce talvolta bufale

Non sono solo i social, con i molti leoni da tastiera, a seminar odio e notizie false. Ci sono anche testate giornalistiche che contribuiscono a diffonderle, delle quali nemmeno gli ordini professionali sembrano volersi occupare.

Un uomo di 65 anni è stato aggredito da due lupi mentre con un amico stava passeggiando nella campagna tra Sticciano e Roccastrada. L’uomo ha visto i predatori attaccare un branco di pecore e ha provato a mandarli via, ma gli animali lo hanno morso ferendolo alla mano.

Da un articolo pubblicato su “Il Giunco.net” quotidiano della Maremma

Grazie a questo tipo di articoli, compilati probabilmente dallo sfruttato di turno, pubblicati da testate iscritte al registro della stampa, si da corpo a leggende metropolitane o agresti. Alterando il senso dell’informazione che dovrebbe essere sempre veritiera, magari schierata sulla base di opinioni, ma mai falsa. Come quella citata, che non considera l’assenza di attacchi di lupi a uomini da più di un secolo!

La conclusione è che per non dover credere alla nascita del tigrallo o all’invasione dei lupi mannari bisogna tornare a pagare il giusto chi scrive, a scegliere i collaboratori sulla base della conoscenza e non della fame. Togliendo ogni tipo di sostegno e contributo a chi non rispetta le regole minime. Avvelenando mercato e informazione.