Gestione del randagismo canino

Cani randagi in una delle tante parti del mondo

Ogni giorno, solo nel nostro paese, è ragionevole dire che vengano messe in atto diverse migliaia di azioni a favore dei cani, che senza dubbio occupano il primo posto nel cuore degli uomini, grazie alla storia millenaria, ancestrale che ci lega a loro. Ma nonostante il continuo perpetrarsi di azioni quotidiane, di evoluzione del costume, di migliori e maggiori informazioni e conoscenze scientifiche il randagismo non si arresta, trascinando con se il carico di sofferenza, problematiche e costi che rappresenta il fardello che sormonta questo fenomeno.

In Italia il randagismo ha anche una precisa distribuzione quantitativa che vede l’indice crescere partendo dal nord, dove il fenomeno non è scomparso ma non ha caratteristiche emergenziali, sino a raggiungere il picco massimo nelle regioni meridionali del paese e sulle isole maggiori. Le motivazioni sono tante, tantissime, ma sono riconducibili sostanzialmente ad una sola, primigenia, causa: la cattiva gestione dei cani da parte di chi a qualsiasi titolo li detiene. Il possesso irresponsabile porta ad una riproduzione incontrollata e questa, come conseguenza, porta all’attivazione di un moltiplicatore che in breve tempo, partendo da una coppia di riproduttori, da vita a un numero incredibile di cuccioli: più di 4.000 in 5 anni. Nel tentativo di salvare, collocare e accasare questo esercito di cani vaganti o rinchiusi nei canili (più di 100.000 secondo le stime del Ministero della Salute) da molto tempo  si è creato un flusso che porta cani dal sud al nord del paese, grazie all’attività di migliaia di persone che si occupano di trovare, per lo più tramite social network e siti di annunci, adozioni per i soggetti più sfortunati, le cosiddette adozioni del cuore. Come accade per tutte le attività umane possiamo riscontrare come capacità di gestione, affidabilità e disinteresse costituiscano grandi variabili in questo gigantesco cosmo composto da singoli, associazioni, sigle ma anche da persone senza scrupoli che della pietà altrui han fatto una risorsa con cui far soldi, alle spalle dei cani e della buona fede di chi li adotta.

Sono sempre più frequenti le proteste di persone che hanno adottato un cane in difficoltà, ma sano, e che si vedono scaricare, magari in un’area di servizio autostradale, un cane completamente diverso, per taglia e condizioni di salute: in questo modo una buona azione può diventare l’inizio di una via crucis per chi ha adottato, generando poi proteste sulla rete che non giovano certo a quanti invece fanno bene il lavoro, affidando cani con microchip, vaccini e di taglia corrispondente a quella promessa. La verità purtroppo è che non basta amare gli animali o dire di amarli per riuscire a gestire attività complesse, come un’adozione fatta al buio; per questo ci sono cani che passano da un canile del sud a uno del nord perchè chi li ha adottati non riesce a gestire il problema, per carattere del cane, taglia, problematiche sanitarie. Se auspicabilmente desiderate adottare e non comprare un cane, fatelo presso una struttura di un’associazione, un canile oppure da persone che abbiano ottime referenze, diffidando da chi vi chiede un contributo troppo alto, non vi fornisce il libretto sanitario, l’iscrizione in anagrafe e vi propone di consegnarvi l’animale in mezzo a una strada.

Ma non era su questo punto che volevo focalizzare l’attenzione, ma bensì su una lettura della realtà che prenda in esame alcune peculiarità del fenomeno randagismo, in particolare sulla grande diversità che esiste fra quello che appare e quello che realmente succede. Un’analisi superficiale e una lettura distratta del mondo che ruota attorno al problema dei cani senza padrone, custoditi nei canili oppure randagi, potrebbe dare l’impressione di una soglia d’attenzione altissima, di un grande numero di organizzazioni coinvolte e di decine di migliaia di individui che, singolarmente o aggregandosi fra loro, si occupino fattivamente di combattere il randagismo.  In realtà tutto questo mondo non si occupa in modo primario di combattere il fenomeno del randagismo, ma bensì si prende cura, con tutti i limiti del caso, di gestire i cani che il “fenomeno randagismo” sforna a piene mani. E’ un mondo che cerca di lenire la sofferenza del singolo, di donargli un’opportunità, di garantirgli una vita migliore, ma che salvo rari casi non ha possibilità e spesso nemmeno strumenti conoscitivi per contrastare il problema. Questa iperattività, meritoria quando fatta con raziocinio ed onestà, serve purtroppo anche per far mimetizzare il vero responsabile del randagismo: l’apparato pubblico. Da parte del Ministero della Sanità, scendendo alle regioni, alle ASL, ai comuni d’Italia vi sono infatti responsabilità a cascata che non possono essere taciute, costituite da azioni ed omissioni, da carenza di piani e da mancanza di vigilanza, dall’aver approfittato sempre del buon cuore del volontariato sino all’incapacità di mettere in campo risorse economiche e piani tecnici che consentano di arrestare uno stillicidio senza fine, una sofferenza inutile, uno spreco di risorse vergognoso.

cani randagi - stray dogs

Il contrasto al randagismo non può essere demandato ai singoli, alle associazioni e tanto meno lasciato in mano agli speculatori. L’impressione che si ha oggi è la stessa che si può provare guardando una di quelle grandi nuvole che fanno, a centinaia di migliaia, gli storni in volo, dove gli individui non hanno una precisa strategia se non quella di disorientare i predatori, con movimenti scomposti e magnifici che confondono la vista, nascondendo anche ad occhi meno esperti i rapaci che stanno cacciando all’interno della nuvola che risuona di di grida. Attorno ai cani randagi c’è lo stesso movimento, spesso convulso ma poco concludente in termini di risoluzione, ci sono i predatori che speculano su cani e sensibilità altrui e però manca la progettualità complessa, come richiederebbe il problema. In realtà ci sono molti studi internazionali su come ottenere una costante riduzione del randagismo, ma occorrerebbero capacità, coordinamento e risorse pubbliche, oltre a un piano che venga attuato dalle Alpi all’ultimo comune della Sicilia. Invece lo Stato preferisce continuare a fare poco, a gestire attività non coordinate, a macchia di leopardo, continuando a consentire che le ASL non sterilizzino tutti i randagi che transitano dai canili, che non gestiscano la prevenzione sul territorio, spesso indicando come unica alternativa al randagismo la cattura e la custodia in canile.

Questo non accade solo per il randagismo ma è l’italico costume di far sembrare che tutto sia in movimento perchè tutto resti come prima, come scriveva Tommasi di Lampedusa: così non si fa prevenzione per evitare il dissesto idrogeologico, non si difende il territorio e l’ambiente, non si tutela la fauna e non ci si occupa, con concretezza, nemmeno del randagismo. Il fatto grave è che questo avvenga con la consapevolezza che costerebbe molto meno alla comunità, in termini economici, affrontare i problemi piuttosto che dover pagare i danni che causano.