Capitano Ultimo

Ho conosciuto in un fugace incontro il Capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio, tantissimi anni fa, nella caserma dei Carabinieri di Via Moscova a Milano. In borghese, con un furetto che faceva capolino dalla sua giacca.

Si raccontava avesse un lupo come cane, ma nella realtà era un lupo cecoslovacco, e di quell’incontro ricordo le parole dell’amico che me lo presentò: questo è il capitano De Caprio, dei ROS dei Carabinieri, attualmente in forza alla divisione Crimor (Unità Crimine Organizzato), sentirai ancora parlare di lui. In effetti tutta l’Italia ha sentito parlare del Capitano Ultimo,  delle sue attività, dell’arresto di Riina, della porta sbattuta in faccia ai vertici dell’Arma e della sua scelta di trasferirsi al Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri. Molti racconti sulla sua vita sono entrati nell’immaginario grazie ai film che lo han visto come protagonista, forse ben oltre le sue volontà. Per certo il Capitano Ultimo è stato un servitore dello Stato, ma non della politica, non del potere, non di un’arma, quella dei Carabinieri, con mille benemerenze, ma talvolta con troppe rigidità e con qualche lato oscuro su alcuni vertici.

 

Il colonnello De Caprio è stato un esempio di quello che si intende per “mantenere la schiena diritta” e questo lo prova anche il fatto che proprio ai NOE molte Procura italiane hanno affidato inchieste scottanti, che poco avevano a che fare con l’ambiente, ma che avevano un’intrinseca delicatezza. Da Roberto Saviano a Rita Dalla Chiesa (figlia diel generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fondatore delle SSA, le Squadre Speciali Anticrimine, che divennero poi i ROS dei Carabinieri), da moltissimi intellettuali alla gente della strada tanti hanno protestato  quando il Comando Generale dei Carabinieri ha di fatto esautorato il Capitano Ultimo dalle indagini, togliendogli i poteri di polizia giudiziaria e facendolo passare da “unità militare combattente”, come amava definirsi, a burocrate.

Il Capitano Ultimo è stato, purtroppo, solo l’ultimo esempio, in ordine di tempo, di quanto questo Stato abbia attenzione per l’ambiente e rispetti i suoi funzionari, magari non convenzionali ma integerrimi. Questa rimozione da un incarico operativo arriva dopo una serie di altri provvedimenti che lasciano sgomenti tutti quanti si occupano della tutela dell’ambiente: lo smantellamento del Corpo Forestale dello Stato e delle Polizie Provinciali oppure la tanto attesa promulgazione del Testo Unico dei reati ambientali, meno applicabile ed efficace di quanto sbandierato dal Governo. Certo molto ci sarebbe da dire sul Corpo Forestale, guidato ininterrottamente dal 2004 da Cesare Patrone, non proprio un comandante apprezzato dai suoi uomini, a quanto sembra, anche per via di qualche scelta nepotistica che parrebbe aver messo in atto. Ma nei coni d’ombra ci sono anche i compiti contraddittori che spesso, come nel caso della CITES, mescolano ente certificatore ad autorità di controllo, realtà contraria ad ogni buona pratica di vigilanza. Su questo non si salvano in toto nemmeno le Polizie Provinciali italiane, troppo spesso molto vicine ai poteri politici, utilizzate come forza di polizia al servizio delle politiche dell’assessore di turno, con grosse difficoltà a mantenere quelle qualità di sentinelle ambientali che avrebbero dovuto avere. Corpi che andavano riorganizzati, da uno Stato capace e trasparente, non distrutti trascinando in questo la professionalità di agenti e ufficiali veramente appassionati e preparati. Un “muoia Sansone con tutti i Filistei” che molti di questi uomini non meritavano e che non meritava neanche il nostro paese.

Corpo Forestale dello Stato

 

Sul numero de L’Espresso in edicola questa settimana, in un’inchiesta del bravo Fabrizio Gatti, emerge che il Corpo forestale della Regione Sicilia (autonomo dal CFS), che consta ben 1.200 uomini,  ha prodotto 127 verbali di infrazione nel 2013 e 143 nel 2014: cifre che la dicono lunga di quanto certe forze di polizia siano eterodirette, per non creare problemi a chi l’ambiente lo devasta. Complessivamente l’impegno politico per contrastare i reati ambientali e i crimini contro la fauna è vicino allo zero ed è oramai diventato solo un proclama a cui non c’è un seguito operativo, anzi se possibile vengono messi in campo intralci come il siluramento del Capitano Ultimo.

 

Purtroppo in tutto questo lavorio della nostra politica è davvero difficile non cogliere l’essenza di un progetto legato alla ripresa dell’economia, in un paese come il nostro dove mille sono le norme e pochissimi i controlli, ancor meno quelli di qualità dove controllori e certificatori non siano legati da un filo di Arianna indissolubile. Eliminando e rallentando i controlli, depotenziando la perseguibilità dei reati come è stato fatto con tutti i crimini che prevedono una pena nel massimo fino a 5 anni, si è concessa mano libera a quanti vogliano devastare, avvelenare, inquinare e questa scelta è motivata dalla necessità di garantire, oppure solo di sperare, in una ripresa economica basata su una deregulation non normativa ma reale. Non importa il danno di lungo periodo, importa solo il risultato immediato, il punto di PIL, il dato da sbandierare a qualsiasi costo.

Il futuro dell’Italia, con queste premesse, non solo è preoccupante, sia per l’arroganza con la quale si è deciso di distruggere le polizie ambientali, ma non lascia spazio a una reale tutela del più grande patrimonio dell’umanità: quello ambientale e faunistico.