Cane in un canile

Canili, gestione del randagismo ma quanto costa agli italiani? Anzi meglio: quanto costano agli italiani le politiche sbagliate di gestione del randagismo messe in campo negli ultimi 25 anni dall’amministrazione pubblica, troppo spesso testimone muta di abusi e altre volte convitato di pietra? 257 milioni di Euro all’anno secondo Legambiente.

Questa è la cifra che si legge a chiare lettere nel IV° rapporto “Animali in città” realizzato da Legambiente e pubblicato da Nuova Ecologia in un dettagliato servizio che contiene anche un decalogo di proposte e richieste per contrastare il fenomeno del randagismo. Consiglio di leggerlo in quanto rappresenta una delle numerose fotografie impietose fatte su un fallimento oramai inconfutabile nella gestione del randagismo, fotografia alla quale manca solo un’analisi sul versante criminale del fenomeno, che certo non è poca cosa.

Moltissimi canili sono vere e proprie “macchine da soldi“, dove i cani una volta entrati non escono mai più, spesso neanche da morti, viste le numerose inchieste per truffe commesse nel porre a carico dei Comuni italiani cani risultati particolarmente longevi, ma solo nelle carte.

Naturalmente ci sono canili d’eccellenza, che realmente si occupano del benessere degli animali, che non li capitalizzano occupandosi invece di trovargli un’adozione. Queste realtà però non sono la norma, in un panorama dove le strutture pubbliche, seppur gestite in convenzione da soggetti privati, sono ben lontane dall’essere la maggioranza e non sempre, nemmeno loro, rappresentano sempre un punto d’eccellenza.

Del resto questo è il desolante quadro tracciato in poche righe da Rosalba Matassa, brava funzionaria del Ministero della Salute, secondo quanto pubblicato da Nuova Ecologia:

«Troppo pochi i controlli da parte delle autorità competenti – ammette Rosalba Matassa, coordinatrice della task force per la tutela degli animali da affezione e la lotta al randagismo del ministero della Salute – L’interesse economico e il business si insinua sempre più frequentemente nella gestione dei canili e nella movimentazione degli animali, sia per quanto riguarda il traffico di cuccioli dai paesi dell’Est Europa che per le staffette organizzate lungo lo Stivale per consegnare i cuccioli ai nuovi padroni, non sempre gestite da vere associazioni protezionistiche»

I controlli sono troppo pochi ma in compenso gli abusi sono molti e l’assenza di piani pubblici di lungo periodo, unita a uno scarso interesse dimostrato dal nostro parlamento sul tema. Nonostante i molteplici annunci di provvedimenti contro il randagismo, sempre dichiarati in linea d’arrivo mentre nella realtà risultano inchiodati saldamente ai blocchi di partenza.

Creare percorsi virtuosi per le adozioni degli animali dei rifugi

Così le spese per il ricovero dei randagi sono ingenti, purtroppo senza essere utili realmente al contenimento del fenomeno né tanto meno ad alleviare le sofferenze dei cani, troppo spesso reclusi sui quali è appeso il cartello “fine pena mai”.

Occorre che Stato, Regioni e Comuni ripensino alle politiche di gestione del randagismo, non dimenticando quello felino che pur originando un minor impatto non rappresenta certo un fenomeno trascurabile.

Significa creare percorsi virtuosi che possano servire a contrastare le due principali fonti dalle quali nasce il problema, rappresentate da una cattiva gestione degli animali di proprietà e da un commercio senza più regole, specie ora che la rete è diventata una gigantesca vetrina virtuale dove è possibile vendere di tutto.

Bisogna avere il coraggio per affrontare e cercare di risolvere il problema di incidere anche sui diritti dei cittadini, obbligando la sterilizzazione o tassando il possesso di animali non sterilizzati ma anche iniziando a porre regole stringenti sul commercio, vietando l’esposizione di pets nelle vetrine e la pubblicizzazione di qualsiasi vendita di animali da compagnia.

Il benessere degli animali passa anche attraverso l’assunzione di responsabilità da parte dei proprietari, che non possono e non devono essere considerati una realtà intangibile, proprio considerando le dimensioni del fenomeno.

L’acquisto dissennato di animali, di qualsiasi specie siano, comporta inevitabilmente l’approdo di molti di loro nei rifugi, quando non vengono semplicemente liberati in natura come succede, una volta troppo cresciute, con le tartarughe della Florida.

Un costo elevato che non deve ricadere sulla collettività ma che dovrebbe prevedere una specifica imposta sul commercio, finalizzata alla realizzazione di punti d’accoglienza ma soprattutto di campagne educative che illustrino i danni derivanti da acquisti d’impulso e le responsabilità individuali. 

Ci sono almeno 257 milioni di buoni motivi perché lo Stato debba mettere in campo un impegno concreto.  Se li volete scoprire appieno leggete l’inchiesta su Nuova Ecologia e anche i vari articoli pubblicati sul tema su queste pagine.