Canili di Roma

I canili di Roma e la loro gestione sono oggetto di roventi polemiche e grandi battaglie fra volontari, dipendenti e Comune di Roma essendo stata trasferita la gestione dei tre canili comunali, per volontà dell’amministrazione capitolina, dall’associazione Volontari Canile Porta Portese a un’azienda pugliese già oggetto di critiche.


A favore dell’associazione e dei dipendenti dei canili di Roma si stanno mobilitando artisti come Jovanotti, Valerio Mastrandrea, Luca Argentero, Michele Riondino e moltissimi altri che hanno deciso di partecipare alla campagna lanciata sulla rete con l’hashtag #IoStoConGliAnimali #NoAiPrivatiNeiCaniliDiRoma. Di fatto però dal 1°ottobre 2015 la gestione dei canili è passata alla Mapia Srl di Bari, azienda che svolge attività di deratizzazione, manutenzione del verde, gestione di stabulari e molte altre attività collaterali, che ha vinto la gara al massimo ribasso fatta dal Comune: un modo per pagare il servizio, almeno apparentemente, il meno possibile.

Questo è il vero problema, il nocciolo della questione “gestione canili” e non solo nella capitale: può essere considerata una buona prassi la realizzazione di gare per la gestione di strutture dove sono ospitati esseri viventi, che siano anziani, profughi, categorie fragili o animali basandosi sul criterio del massimo ribasso piuttosto che sulla garanzia di dover garantire il corretto benessere degli ospiti? Possono essere fatte gare, per la gestione di un canile, che non tengano conto di un punteggio complessivo da assegnare che valuti anche e soprattutto altri parametri: dimostrata capacità di gestione di una struttura come un canile, valutazione del progetto per l’ottimizzazione delle adozioni, comprendendo in questo anche la capacità di fare rete con gli utenti, capacità di far diventare i canili non solo prigioni ma luoghi dove si pratichi attività didattica, di riabilitazione di soggetti disagiati sia che si tratti di umani o di cani con problematiche comportamentali. La gestione di esseri viventi non può essere affidata alla prima realtà che si presenti ad un bando di gara e che lo vinca praticando il massimo ribasso, soprattutto quando il soggetto che vince la gara non è un’associazione ma un’azienda che ha come scopo, pur legittimo, quello di avere un guadagno, ma che riesce stranamente a vincere l’appalto contro un’associazione, che ha il vantaggio non secondario di poter avere un apporto di lavoro gratuito, offerto dai volontari, e che non ha un fine di lucro.

Difficile capire come questo sia possibile se non andiamo a fare una valutazione completamente diversa della modalità di gestione, che consiste sostanzialmente nella differenza fra garantire la vita e garantire il benessere di un’animale. Un’organizzazione di volontariato, iscritta agli albi regionali, ha diversi obblighi fra i quali: la non retribuzione degli aderenti per il divieto di avere rapporti di natura economica con un socio (che deve essere distinto quindi dal novero dei dipendenti), la non finalità di lucro e l’obbligo di avvalersi dell’apporto dei volontari per lo svolgimento delle attività, non escludendo ovviamente la possibilità di avere personale dipendente per il corretto assolvimento delle obbligazioni assunte. Questa situazione dovrebbe di per se garantire minori costi a parità di condizioni di gestione: ma proprio questo rappresenta invece il nodo gordiano da sciogliere, quello che pone l’associazione su un piano diverso rispetto ad un’impresa  e che è rappresentato dal benessere degli animali.

Troppo spesso la gestione del randagismo e dei canili è lasciata in mano ad imprese che fanno gestioni basate sulla logica del mantenimento in vita dei cani e non sul loro benessere, avendo magari strutture da 600, 800 e anche 1.200 cani, che una volta entrati in queste bolge dantesche rischiano di non uscirne mai più, costretti a restare a vita come ospiti paganti di quella che non sono propriamente un albergo a 5 stelle. Adozioni ridotte al minimo, cani che impazziscono nei recinti, situazioni di stabulazione spesso al confine fra il lecito e l’illecito come capita spesso di vedere in notizie di cronaca, dove i cani sono custoditi in un modo criminale e contro legge. Certo questi fatti sono stati rilevati anche a carico di associazioni, che disonorano in questo modo la loro missione di tutela degli animali, ma queste sono le mele marce di un mondo che invece può davvero fare la differenza per gli animali ospitati, ma anche per l’amministrazione pubblica, troppo spesso miope di fronte alla capacità di valutare una problematica come la gestione di un canile. Una struttura ben gestita infatti, senza volontà di speculare sui cani ospitati, velocizza le restituzioni dei cani di proprietà, fa adottare i cani secondo criteri di matching che riducono al massimo le possibilità di rientro in struttura, crea rete con il pubblico per incentivare le adozioni minimizzando le presenze in canile dei cani adottabili e di conseguenza riduce i costi. Un vantaggio per gli animali e per l’amministrazione pubblica, che vale ben più di un massimo ribasso su un bando di gara. Questa sarebbe stata la logica che avrebbe dovuto sorreggere l’amministrazione per far gestire i canili di Roma.