cane legato dietro alla macchina
Foto di archivio

Trascina un cane legato dietro alla macchina, fino a causarne la morte che arriverà poche ore dopo essere stato soccorso. Il povero animale non ce l’ha fatta. Una storia di ignoranza, insensibilità mischiata a una colpevole indifferenza verso il dolore. Accaduta in Sicilia, in provincia di Siracusa, esattamente a Priolo. Però prima che qualcuno si scagli contro i siciliani o il meridione voglio raccontarvi perché questa vicenda riapre una vecchia ferita.

Era la seconda metà degli anni ’80 e io già da tempo facevo volontariato presso la sezione ENPA di Milano. Mi occupavo allora di coordinare i volontari, di gestire il servizio di soccorso ed ero il vicepresidente. Una telefonata di un camionista, molto coraggioso per quei tempi, ci informava che aveva avuto un alterco, violento, con un vigile di un piccolo comune del legnanese, Buscate. L’aveva visto trascinare un cane, insieme a un altro individuo, con la macchina di servizio, sino ad ucciderlo. Si era attaccato al clacson dell’autoarticolato e aveva fermato la macchina dei vigili. Dalla quale era sceso un uomo in divisa che gli aveva chiesto i documenti.

Il camionista, Luigi Pravettoni , per tutta risposta, non aveva dato i documenti ma gli aveva chiesto spiegazioni sul folle gesto. Il vigile non aveva voluto sentire ragioni, non aveva spiegato nulla, ma aveva preso la targa del camion ed aveva denunciato l’uomo. Che aveva poi telefonato a ENPA per chiedere la punizione del vigile di Buscate. Il giorno successivo ero a Buscate, con il camionista, che mi accompagnò sul luogo del misfatto. C’erano ancora tracce di sangue e i segni delle unghie che avevano graffiato l’asfalto. Uno strazio.

Il destino ci fa incontrare il vigile urbano nella piazza del paese, inevitabilmente scattano le domande

La cosa più importante è quella di tenere sempre i piedi ben piantati per terra, senza farsi divorare dall’emotività. Così quando il vigile riconosce il camionista, quasi lo irride, io mi presento come responsabile del soccorso e vice presidente di ENPA Milano. Il vigile ora non ride più, perde lo sguardo arrogante, farfuglia che avrebbe dovuto portare il cane al canile, ma che aveva paura dei cani. Per quello lo aveva legato al paraurti, con lo stradino e per quella stupida paura lo consuma sull’asfalto. Decido di offrirgli da bere e tengo lo scontrino del bar del paese. Una piccola assicurazione sul futuro, che molti non avrebbero compreso.

Tornato in sede denunciai il vigile per maltrattamento di animali, una piccola contravvenzione allora. Il massimo che la legge prevedeva. Arriviamo al giorno del processo e sul banco degli imputati erano presenti quattro persone. Il vigile, lo stradino del comune che lo aveva accompagnato durante lo strazio del cane, il camionista e, incredibilmente, io. Nel frattempo infatti il pretore di Legnano aveva deciso di rinviarmi a giudizio per minacce, sulla base della querela del vigile. Mentre il camionista era imputato di rifiuto di generalità e il vigile, con l’altro dipendente comunale, di maltrattamento di animali. Storia degna di una commedia di Eduardo de Filippo.

Il pretore mi interrogò accusandomi di aver minacciato il vigile in occasione dell’incontro avvenuto nella piazza di Buscate. Ma ecco che per magia quella birra che gli avevo offerto, ma soprattutto lo scontrino del bar, diventano la prova provata che non avessi minacciato proprio nessuno. Chi può farsi offrire da bere da uno che lo minaccia. Uno scontrino vi salva la vita, forse. Il pretore, non pago, muto l’imputazione e mi imputò del reato di usurpazione di pubbliche funzioni. Per aver scattato delle foto e per aver raccolto delle prove, sostituendomi ai pubblici ufficiali. Qualifica che allora non avevo, non essendo state ancora ripristinate le Guardie Zoofile.

Un processo grottesco per il cane legato dietro alla macchina, che divenne una farsa: condanna a 20 giorni di reclusione, senza attenuanti

A posteriori, se non fosse per la fine atroce del cane, sorrido ancora pensando al processo, dove un magistrato instabile minacciò di arrestare parte del pubblico perché rumoreggiava, facendo la figura del cialtrone. Successivamente fu congedato dalla magistratura. Nel frattempo però io fui condannato a venti giorni di reclusione, vigile e stradino a 300.000 lire di multa. Il camionista si prese due mesi e mezzo e trentamila lire di multa. Naturalmente io feci appello e il presidente della Sesta Sezione del Tribunale a Milano, dottor Fienga, il 9 dicembre del 1985, mi assolse per non aver commesso il fatto. Confermando, purtroppo, la condanna al camionista per rifiuto di generalità e ai due dipendenti comunali.

Sicuramente un’ingiustizia: le pene, lo svolgimento dei fatti, l’impunità dei pubblici ufficiali. Solo dopo una conferma in Cassazione il vigile fu trasferito a fare il messo e la cosa fini li. Questa fu la prima vicenda giudiziaria in cui fui coinvolto per ENPA, molte altre ne seguirono, tutte finite con una piena assoluzione o un non luogo a procedere.

Questa vicenda racconta di due morali. Come la giustizia spesso non sia giusta e quanto le pene, anche a distanza di anni, non siano adeguate ai reati commessi, specie se contro gli animali. Mentre la seconda morale insegna che certe brutte storie non succedono solo al Sud e molte ne avrei da raccontare accadute al Nord: di mala giustizia, di arroganza e di abusi fatti da chi aveva il dovere di tutelare.

Concludo dicendo che nella mia lunga carriera sono finito più spesso sotto processo di quanto uno si immagini, e che ho subito e denunciato più intimidazioni da chi la legge la doveva fare rispettare che dalle centinaia di persone che ho denunciato. Che si sono sempre comportate nei miei confronti in modo corretto, e gli va riconosciuto.

Una persona che ho denunciato e fatto condannare per ben due volte nel giro di un paio d’anni, mi ha chiamato per molto tempo per farmi gli auguri di Natale. L’animo umano ha aspetti che appaiono difficili da capire, ma che esistono e coesistono, come l’eterna lotta fra il bene e il male.