animali in estinzione

Animali in estinzione salvati da un bando totale del commercio oppure da allevamenti controllati in grado di soddisfare il mercato, senza prelievi in natura? Soluzioni in bilico fra conservazione e etica, fra ideale e realtà.

Alcuni ricercatori si interrogano sulla miglior strada per salvare alcune specie animali minacciate d’estinzione a causa del commercio di alcune parti del loro corpo: zanne per gli elefanti, corna per i rinoceronti e ossa per i grandi felini come leoni e tigri.

Per la tutela degli animali in estinzione si muovono grandi gruppi d’azione, dai ricercatori alle associazione di protezione e i loro attivisti, dai governi alle Nazioni Unite. Ma non tutti lo fanno secondo gli stessi principi o, quantomeno, condividendo una visione comune sulle modalità di risoluzione del problema. Da una parte ci sono visioni che considerano soltanto l’aspetto pratico, altre che non possono pensare di tutelare gli animali in estinzione calpestando i valori etici.

Michael ‘t Sas-Rolfes, dottorando dell’Università di Oxford, impegnato nell’analisi del contrasto del commercio illegale di specie minacciate di estinzione, ha recentemente pubblicato un articolo nel quale si interroga proprio su questo tema (leggi qui): per arrivare a una tutela reale degli animali in estinzione bisogna stabilire un divieto totale di commercio dei derivati oppure, più pragmaticamente, consentire il commercio di “derivati certificati e identificati” provenienti da allevamenti, in modo da togliere spazio al bracconaggio?

Il discorso segue lo stesso principio che taluni vogliono applicare alle droghe leggere: renderle legali, controllare la vendita e abbassare il costo in modo da rendere non più remunerativo il commercio illegale. Personalmente trovo condivisibile questo tipo di approccio che aumenta il controllo e distrugge almeno una parte del narcotraffico. Peraltro gli stati già commercializzano prodotti potenzialmente dannosi come tabacco e alcolici, perché non farlo con le droghe leggere per combattere un mercato criminale?

Nel caso di rinoceronti e elefanti però la differenza comporta un’ulteriore implicazione etica non secondaria: è giusto ridurre in cattività specie selvatiche al solo fine di trasformarle in derivati per salvaguardare gli animali in estinzione? Per i grandi felini poi l’interrogativo si fa ancora più severo, perché il prelievo della parte di animale che il mercato richiede, le ossa, comporta anche la loro uccisione.

Appare evidente che saturando il mercato di avorio, piuttosto che di corna di rinoceronte, a basso prezzo il bracconaggio perderebbe terreno e non sarebbe più in grado di garantire e assicurare i profitti milionari di oggi. Il bracconaggio infatti va dall’uccisione sul campo, più semplice e che spesso coinvolge popolazioni locali che lo fanno per sopravvivere, alla più complessa distribuzione, con costi non secondari. Questo potrebbe significare ridurre fino a farlo sparire il prelievo in natura, considerando comunque che resterebbero sempre i fattori di rischio, per gli animali in via d’estinzione, legati alla distruzione degli habitat.

In alternativa bisognerebbe procedere e potenziare la scelta del bando totale del commercio che però dovrebbe essere attuato realmente e in modo capillare anche se fino a ora il divieto di commercio non è stato planetario e non ha dimostrato di poter raggiungere il successo sperato. Questo è successo per varie ragioni legate a diversi fattori: la domanda dei consumatori, la corruzione delle autorità, l’impossibilità per gli organi di controllo di fermare ogni movimentazione illegale. Come purtroppo dimostra la lotta contro il narcotraffico e il contrabbando delle armi, senza poi dimenticare che il commercio illegale di animali e derivati è il quarto profitto criminale nel mondo per fatturato.

L’interrogativo resta aperto anche perché dare una risposta è davvero difficile quando le posizioni in campo sono tante. Occorrerà comunque cercare di affrontare il problema cercando di unire pragmatismo a tutela dei diritti animali senza dimenticare che in Africa e in Asia esistono già allevamenti di animali destinati a questo scopo (leggi qui) , anche se il commercio “ufficialmente” può coinvolgere solo il mercato interno. Un vero dilemma dove le visioni contrapposte devono trovare un terreno di confronto per arrivare alla miglior soluzione, che non comporti il dover abdicare ai diritti degli animali.