Anagrafe canina nazionale contro randagismo e traffico cuccioli

L’anagrafe canina nazionale contro randagismo e traffico cuccioli: una necessità operativa, un progetto efficace che purtroppo è rimasto nei cassetti del Ministero della Salute.

Dal 1991 ad oggi. In sintesi più di un quarto di secolo di attese e un progetto di unificazione abortito.Quando nel 1991 venne promulgata la legge 281, pioniera in Italia nella tutela degli animali d’affezione, il legislatore stabilì che tutti i cani di proprietà o presenti in canili e rifugi fossero dotati di un identificativo.

Dapprima fu il il tatuaggio e successivamente il microchip elettronico. In ogni caso è sempre stata prevista l’iscrizione in un’anagrafe. Grazie al decentramento fu dato alle regioni il compito di promulgare leggi di recepimento della normativa nazionale che normassero, anche sotto il profilo operativo, i dettami previsti dalla legge quadro nazionale.

Così facendo, però, le regioni ci misero anni e anni per legiferare in materia e l’ultima a farlo fu proprio la regione Lombardia, maglia nera nel recepire la legge 281/91, battuta anche dalla Sicilia -regione non all’avanguardia nel contrasto al randagismo- arrivata se non ricordo male penultima.

Nonostante questo si potrebbe pensare che dopo tanti anni tutti i problemi siano stati risolti e che l’anagrafe nazionale sia una realtà operativa da tempo, ma così non è! In questo momento abbiamo soltanto le anagrafi regionali e delle province autonome che si interfacciano solo parzialmente con quella nazionale.

L’anagrafe nazionale resta una promessa da quasi trentanni.

Nella realtà l’anagrafe nazionale non esiste ma è solo il prodotto di un tool informatico che restituisce, inserendo un numero di microchip, soltanto indicazioni sulla presenza dell’identificativo in una delle anagrafi regionali, peraltro con dati nemmeno aggiornati secondo quanto afferma lo stesso ministero.

Qualcuno si chiederà il motivo che da decenni rende l’anagrafe canina una banca dati monca, meno efficace di quanto potrebbe, depotenziata già da un numero imprecisato di mancate iscrizioni che vantano sicuramente cifre a 5 zeri. Il motivo è semplice: un errore iniziale ha fatto si che ogni regione si organizzasse in proprio, non solo con differenti programmi informatici, tutti pagati dai contribuenti, ma anche identificando in autonomia quali dati raccogliere e inserire.

All’atto del progetto di fusione ci si rese conto come questa problematica costituisse un grande ostacolo, per un motivo fondamentale che potrebbe identificare uno studente delle superiori: la non omogeneità dei dati.

Un errore al quale non si è mai voluto rimediare causando così un grande danno, non solo nella lotta al randagismo ma anche, per esempio, in quella al traffico di cuccioli provenienti dai paesi dell’Est Europa. Si potrebbe aumentare l’efficacia dei controlli se tutti i cani fossero inseriti in un’unica banca dati, controllabile in tempo reale dai servizi veterinari e dalle forze dell’ordine.

Aggiungendo informazioni importanti che possano far ricostruire l’intera vita dell’animale, compresi i dati identificativi della madre di ogni cucciolo di razza importato, se anche l’Europa decidesse di attrezzarsi con una nuova e miglior normativa.

L’anagrafe nazionale permetterebbe controlli in tempo reale

Potrebbero essere controllati in tempo reale anche i cani partiti da altre regioni italiane in questo continuo nomadismo di animali che vengono spostati da nord a sud, spesso in pessime condizioni di trasporto e, altrettanto spesso, senza il rispetto delle regole.

Poter controllare di notte, durante i giorni di chiusura delle ASL, potrebbe permettere di capire meglio la congruità fra i documenti presentati, dalle staffette o da chi traffica in cuccioli, e la realtà che compare in anagrafe.

Si potrebbe verificare il rispetto delle norme e delle disposizioni e, forse, individuare anche qualche complicità a livello istituzionale, ben felice di agevolare trasferimenti che diversamente rappresenterebbero un onere. Separando finalmente quanti operano nel rispetto delle norme da chi le vìola sistematicamente.

L’anagrafe sarebbe uno strumento potente nel contrasto dei tanti reati commessi nei confronti degli animali d’affezione, come dimostrano da tempo i risultati ottenuti grazie alle anagrafi nazionali implementate e realizzate per tracciare gli animali da reddito,  contribuendo così a mettere un po’ d’ordine anche nel mondo delle staffette.

Troppi cani viaggiano eludendo controlli e normative in violazione del buon senso e della necessità, ovvia, di protezione dei loro diritti e del loro benessere.

Così, grazie anche a una cattiva gestione dell’anagrafe, le verifiche procedono a rilento, manca la raccolta sistematica di informazioni e dettagli necessari a migliorare la qualità dei controlli, contribuendo in questo modo a rendere più difficile la lotta contro il randagismo. Da anni si parla di anagrafe nazionale, di unificazione reale delle banche dati ma anche questa, come accaduto a tante altre promesse fatte in materia di tutela degli animali, resta soltanto una speranza, per adesso vana.