allevamenti intensivi sono pericolosi

Gli allevamenti intensivi sono pericolosi per la salute umana e per il pianeta. Non causano solo sofferenza agli animali ma sono responsabili di una serie di effetti ambientali negativi che cominciano ad essere considerati con maggior attenzione. In questo modo si iniziano ad aprire crepe sempre più profonde in un sistema produttivo che ha trasformato le fattorie in fabbriche. Capaci di garantire carne a basso costo, prodotta con un alto tasso di sofferenza per gli animali e di inquinamento.

cai falchi tigri e trafficanti

Su un argomento che sembrava essere importante solo per i difensori dei diritti degli animali e dell’ambiente ora si aggiunge un’attenzione inattesa: quella della finanza. Il potere che muove gli equilibri del mondo e detta le regole su tutto, ben più di quanto possa fare la politica. Un settore questo che può diventare un alleato cruciale per ottenere lo smantellamento di una politica agricola insostenibile.

Da molto tempo, nonostante gli allarmi lanciati nei confronti di certe tipologie di allevamento, gli investitori hanno puntato sui colossi del settore, proprio grazie agli ingenti profitti generati. Sulla pelle degli animali, a danno degli ecosistemi a causa della deforestazione e con grandi pericoli per la salute umana. Dagli allevamenti sono spesso partite, anche in passato, pandemie e situazioni a rischio come l’influenza aviare e più recentemente quella suina. Che rappresenta un pericolo latente tenuto sotto osservazione come un vulcano dalle organizzazioni di sanità.

Gli allevamenti intensivi sono pericolosi sotto molti profili e i fondi d’investimento temono di perdere i loro soldi

Secondo gli analisti finanziari i fondi di investimento sono preoccupati per le ricadute economiche sul settore. Derivanti dalla contrazione del mercato e dai costi per la riduzione delle emissioni, calcolando che il comparto è responsabile, nella sola Comunità Europea, di circa il 17% del rilascio in atmosfera di gas serra. Una percentuale pari a quella causata dall’intero parco mezzi circolante su gomma.

Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) l’intero comparto alimentare è attualmente responsabile del 37% delle emissioni globali. Fatto che sino ad oggi è sempre stato considerato meno rilevante dei profitti prodotti. Ma gli investitori hanno iniziato a valutare l’impatto dei danni ambientali causati sul valore delle aziende, abbassandolo drasticamente nelle proiezioni a breve termine.

Un importante fondo di investimento scandinavo, secondo il Financial Times, ha recentemente deciso, per queste ragioni, di mettere in vendita la quota da questi posseduta nella JBS, il colosso brasiliano della carne. Mettendo sul mercato un pacchetto stimato in oltre 40 milioni di euro. Il fondo si è pubblicamente dichiarato insoddisfatto delle azioni messe in atto dalla società, per mitigare in modo efficace gli effetti negativi per l’ambiente prodotti nei suoi allevamenti.

Se si muovono i grandi investitori, capaci di modificare in modo molto forte l’economia mondiale, i cambiamenti si avvicinano

Le scelte operate dai fondi di investimento sul dove portare fiumi di denaro, per ottenere il massimo rendimento, si stanno quindi orientando verso la green economy. Non per ragioni etiche, ma questo ha un’importanza relativa se rapportato al cambiamento che scelte di questo tipo possono causare a livello planetario. Influenzando in futuro il settore delle “fabbriche della carne”, costringendole a rivedere le loro modalità di allevamento e, di conseguenza, anche le condizioni di vita degli animali.

Se allevare animali nelle condizioni attuali non sarà più redditizio questo porterà a una drastica diminuzione dell’offerta. Comportando un innalzamento dei prezzi e un abbassamento dei consumi. Dove non sono riusciti a ottenere i risultati sperati le azioni degli ambientalisti, a cui va il merito di aver acceso i riflettori sul problema, speriamo sia proprio la leva finanziaria a modificare una realtà inaccettabile.

Una dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto sia il rilevante il potere di una piccolissima parte della popolazione mondiale, che detiene le ricchezze dell’intero pianeta. Disposta a cambiare direzione a patto però che non si alterino gli equilibri di potere. La maggior difesa ambientale non porterà quindi per il momento una più equa suddivisione delle ricchezze.