Al via processo per maltrattamenti nei canili Nova Entra di Catania

Al via processo per maltrattamenti nei canili Nova Entra di Catania e Adrano che vede alla sbarra, oltre al titolare della struttura anche due veterinari pubblici dell’ASP e due funzionari del Comune di Catania.

Si costituirà parte civile anche il Comune di Catania, grazie alla decisione a sorpresa del sindaco Enzo Bianco, il quale ha ritenuto opportuno che anche l’amministrazione cittadina si costituisse in un processo che avrà al centro maltrattamenti e colpevoli omissioni.

I fatti risalgono al 2013 e al 2014 quando i canili furono oggetto di approfonditi controlli, prima da parte del Commissariato Nesima della Polizia di Stato e successivamente dall’Unita operativa del Ministero della Salute. Gli accertamenti portarono alla luce, come purtroppo accade spesso quando i controlli vengono eseguiti con rigore, una serie di maltrattamenti inflitti ai cani ospitati.

Con il completamento delle indagini, che portarono al sequestro delle due strutture di San Giovanni Galermo e di Adrano, vennero evidenziati reati ben diversi dai soli maltrattamenti, subiti dai cani rinchiusi nella struttura fatiscente, per cui indagare veterinari e funzionari pubblici. Per qusto oggi il processo si apre con una serie di capi d’imputazione che ben raccontano cosa si possa annidare dietro canili e gestione (pessima) del randagismo.

Infatti il Giudice per l’udienza preliminare di Catania ha deciso il rinvio a giudizio del gestore del canile, oltre a ben quattro funzionari pubblici, per reati gravissimi: associazione per delinquere, truffa realizzata a danno di enti pubblici e maltrattamento di animali. Al centro della vicenda processuale, oltre alle sofferenze dei cani, ci sono infatti ben otto milioni di Euro pagati alla struttura dai comuni convenzionati.

Bisognerà vedere quale sarà l’esito del processo, che vede come parti civili anche alcune associazioni di tutela degli animali quali LAV, Lega Nazionale Difesa del Cane e L’altra zampa. Qualunque sia il risultato quello che appare evidente sin d’ora è la conferma di quanto sia lucrosa una gestione del randagismo fatta di catture e chiusura nei canili.

Il cane randagio rappresenta spesso un problema per cittadini e amministrazioni ma diventa invece una fonte di reddito per quanti sul randagismo hanno costruito i loro affari gestendo canili convenzionati con le amministrazioni pubbliche dove troppo spesso i cani entrano sulle loro zampe ma ci escono soltanto da morti. Ridurre le adozioni, disincentivare la possibilità di far uscire un cane dal canile è infatti la parola d’ordine di troppi gestori.

I Comuni pagano una quota giornaliera per ogni cane ospitato: è normale quindi che il gestore del canile non abbia alcun interesse a far diminuire il numero degli ospiti paganti della sua struttura che, come è stato accertato in altre inchieste giudiziarie, godono sempre di buona salute arrivando a età quasi impensabili. Un’altra caratteristica infatti di questi cani, pur sottoposti spesso a maltrattamenti e vivendo in condizioni deplorevoli, pare sia quella di non morire mai, grazie anche a controlli poco efficaci di chi dovrebbe verificare l’effettiva presenza degli animali.

Può quindi accadere che molte amministrazioni comunali si trovino a pagare per cani fantasma, per animali che non sono, magari da tempo, più ospiti dei canili in quanto deceduti, senza che alla loro morte sia seguita una comunicazione formale. In questo modo le truffe possono rendere fiumi di soldi ai gestori disonesti, considerando che il costo medio di una cane, per un anno di degenza, supera i 1.000 Euro.

Così, come sembra raccontare il capo d’imputazione in questo processo, si creano reti collusive fra gestore del canile e funzionari pubblici, compresi proprio quiei veterinari dell’ASP che avrebbero dovuto controllare la rispondenza della struttura alle normative, il benessere degli animali ma anche il registro delle presenze dei cani presso il canile.

Il volano del randagismo è alimentato da nascite continue, auspicate e forse anche promosse da chi sul randagismo ci campa, spesso con il disinteresse se non la collusione dei funzionari preposti al controllo. Sarà proprio per questo fiume di soldi che il randagismo è capace di generare che, ancora oggi, non si siano create le condizioni per battere un fenomeno che certamente non può e non deve essere considerato come ineluttabile.

Associazioni per delinquere finalizzate al mantenimento delle condizioni che originano il randagismo. Forse un ipotesi, ma sicuramente non lontana dalla realtà. Lo dicono i fatti e un numero di cani randagi e vaganti che non ha conosciuto negli anni flessioni significative.