Cuccioli in attesa di un'adozione in uno dei tanti canili del mondo.

Cuccioli in attesa di un’adozione in uno dei tanti canili del mondo.

La giunta capitolina, capitanata da Ignazio Marino, uno dei sindaci più criticati e meno attento sai diritti animali d’Italia,  ha deciso che il miglior modo per combattere il randagismo nella capitale sia quello di chiudere due canili, un gattile e di ridimensionare la capienza di un altro canile. Si inizia con il dimezzamento di quelle che sono le strutture storiche per arrivare, nelle previsioni più fosche, allo smantellamento di tutte le strutture per dare il servizio in appalto ai privati. Un’idea non soltanto priva di ogni lungimiranza, ma anche causa di un incremento dei costi di gestione, a fronte di un probabilissimo peggioramento delle condizioni di vita degli animali e ad una drastica riduzione delle adozioni. I privati che gestiscono infatti un canile d’appalto lo fanno solo per motivi commerciali e non hanno alcun interesse a far adottare gli ospiti dei canili, per i quali ricevono una retta per ogni giorno di permanenza di un animale nella struttura. Sarebbe come se il proprietario di un albergo incitasse i clienti a lasciare la struttura in anticipo: un’idea che si capisce quanto sia commercialmente balzana se si parla di un albergo, ma che l’amministrazione pubblica non sembra vedere quando si parla di un canile.

La chiusura delle strutture, che avrebbero potuto essere risanate a cascata, cozza poi con i precetti del DPR 320/54, il Testo unico di Polizia Veterinaria, che impone ai comuni di avere canili propri e con i disposti della legge 281/91 che deve essere letta in continuità con quanto stabilito dalla norma del 1954, una delle meno applicate della storia repubblicana. Sicuramente la Corte dei Conti avrà modo di esprimersi sulla correttezza amministrativa sotto il profilo di efficienza, economicità e convenienza, per decidere se questa scelta abbia o meno causato un danno erariale.

La protesta dei volontari e dipendenti dei canili di Roma

La protesta dei volontari e dei dipendenti dei canili di Roma

La gestione dei cani randagi rappresenta un costo per ogni amministrazione comunale e quindi per la collettività, ma questo costo deriva da una pessima politica di gestione del complesso problema relativo agli animali di proprietà non sterilizzati, da anni di disinteresse verso il fenomenoe da una quasi totale assenza di una programmazione di medio/lungo periodo, finalizzata all’abbassamento drastico del fenomeno del randagismo. Il sindaco Marino, e non solo lui per la verità, dovrebbe interrogarsi più sul numero dei cani presenti nei canili che non su quello di questi ultimi. I dati dell’Associazione canili Porta Portese, che gestisce i canili del Comune di Roma, parlano di un numero di cani in entrata pari a 1.837 a fronte di 1.902 cani affidati nell’ultimo anno: questo significa che nonostante un grande numero di adozioni il fiume degli ingressi non si arresta. E’ il segnale che attesta quanto la prevenzione del randagismo sia scarsa, se non assente: fino a quando non si chiuderanno le cateratte che comportano l’afflusso di costante generazione di randagi non solo i canili non potranno essere chiusi, ma, anzi, sarà necessario prevedere nuovi costi a carico della collettività. Se ipotizziamo un costo cane anche di soli 4,5 Euro/giorno possiamo facilmente capire che una popolazione media di 1.500 cani presenti in canile costa all’amministrazione capitolina poco meno di 2,5 milioni di Euro l’anno, cifra che aumenterebbe, se non fino a raddoppiare, se il servizio fosse dato in appalto.

Del resto che il fenomeno non diminuisca in modo significativo lo troviamo scritto nero su bianco sui dati ufficiali del Ministero della salute che parlano di un leggero decremento della presenza di cani nei canili del Lazio, nei dati 2012 (relativi al 2011), con un numero complessivo di 6.951 unità, con una diminuzione del 6,8% rispetto all’anno precedente, dato che peraltro non è di per se indicativo di nulla senza ulteriori raffronti su base storica. Per contro quello che è diminuito enormemente è lo stanziamento di risorse destinate al “Fondo tutela benessere e lotta all’abbandono” previsto dalle legge 281/91, passato da oltre 4,2 milioni di Euro nel 2005 a soli 310.000 Euro del 2012: una vera quisquilia rispetto alle dimensioni dell’emergenza randagismo.

Quando lo Stato si accorgerà che il randagismo è come la corruzione: un fenomeno che deve essere combattuto con attività reali, con normative efficaci e con la collaborazione di tutti? Quando potremo vedere nella nostra penisola canili come quelli di Dogs Trust?

I Comuni, quando non riescono a fare una corretta gestione del randagismo per sensibilità ed empatia verso gli animali, lo facciano almeno per rispetto verso i cittadini, pensando ai costi.

Le associazioni protezionistiche, piccole e grandi, cerchino di aumentare sempre di più il loro livello di preparazione e di capacità di progettazione: il futuro del randagismo passa da tutti e l’obbiettivo è abbattere il randagismo, senza abbattere gli animali grazie all’educazione, a corretti programmi d’adozione e di sensibilizzazione. 

Sindaco Marino pensaci bene prima di prendere decisioni che saranno foriere di danni, gli animali non ricordano, le persone invece giudicano l’operato di un sindaco e mi sembra che già ora sia tempo di riflessioni.

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Aggiornamento del 18/06/2014

Il Comune di Roma ha deciso di sospendere la delibera di chiusura dei canili pubblici. Leggi qui la notizia.