tutelare gli animali

Esiste l’emisfero dell’emozione, dell’empatia, quello che ci porta, istintivamente a correre in soccorso di un debole, a provare sofferenza per il suo stato. Quello che contribuisce a far crescere nella nostra anima, nel nostro lato emotivo, il bisogno di fare qualcosa per migliorare la sua condizione.

Lì inizia la porta che serve aprire per tutelare gli animali. Questa partenza primigenia è quella che che suscita l’emozione, quella che mette in moto la nostra “macchina dei sentimenti” e ci porta a mettere in atto un’azione.

In questo ganglio vitale delle nostre emozioni si apre qualcosa di simile a uno scambio ferroviario, quello che condizionerà il taglio che avrà il nostro aiuto e, in fondo, anche le motivazioni che lo sorreggono.

Il nostro essere partecipi potrà scegliere un percorso emozionale, un percorso di aiuto razionale oppure potrà prendere il lato più triste, quello dell’auto-gratificazione, dell’apparenza, della ricerca dell’altrui approvazione.

Forse, anche se non sempre, è l’empatia a far muovere i primi passi verso una direzione oppure l’altra, alcune volte invece è il calcolo, considerando che un comportamento empatico verso gli animali è oggi socialmente utile, reputazionale direbbe un uomo del marketing.

Per tutelare gli animali serve però anche conoscenza

Appare evidente che l’avanzamento dei diritti degli animali non può passare né attraverso la nostra soddisfazione di un bisogno, né tanto meno da affermazioni che nella loro essenza negano il concetto che vorremmo affermare. Proviamo a soffermarci sulla difesa, ad esempio, di altre creature tenute in cattività (dal latino captivus = prigioniero): i detenuti.

Secondo voi qualcuno potrebbe difendere i loro diritti trattandoli non come esseri senzienti, ma utilizzando per loro appellativi ridicoli come quelli che noi usiamo per gli animali: pelosetti, cucciolotti, nasini umidi, oppure parlerebbe della loro dipartita invocando il ponte dell’arcobaleno? Probabilmente no.

Sono certo con questo articolo di alienarmi le simpatie di molti che non mi conoscono, solo perché quelli che mi conoscono sanno come la penso da sempre.

Abbiamo fatto lotte per inserire gli animali nel trattato di Lisbona, per farli riconoscere come esseri senzienti, per poi dimenticarci che un essere senziente, capace di provare emozioni e sofferenza non può essere trattato  come se fosse un peluche animato.

Bisogna rendersi conto che troppo spesso noi perseguiamo più l’appagamento delle nostre emozioni che non la ricerca dei diritti. Questo ergerci sempre a fratelli maggiori, capaci di discernere il bene e il male e di sapere cosa sia giusto per loro, forse ci ha fatto perdere l’orizzonte della realtà.

Un essere vivente è tale se gli viene riconosciuta la dignità di questo status. Se perde la dignità, se diventa un oggetto di salvamento, di eccessive attenzioni che snaturano la sua personalità e la sua essenza, noi abbiamo solo contribuito a farne una vittima con diverse tipologia di sofferenza.

I cani da borsetta non fanno una bella vita

Pensiamo ai chihuahua delle signore che li fanno vivere nelle borsette, poveri cani neotenici che devono avere per tutta la vita quest’aspetto da eterni cuccioli.

Animali così lontani dal poter vivere la vita di un cane vero, spesso soffocati dal troppo amore di persone certamente buone, ma magari troppo opprimenti. Così li costringono a sfiorare i pavimenti e li fanno sporcare in casa sulle traverse assorbenti, pensate per questo scopo, talvolta tutelandoli come  figli non normodotati.

Cani che oramai provengono solo dall’Est Europa, dove se queste persone volessero davvero vedere come vengono allevati, senza infingimenti, comprerebbe forse un peluche, ma certamente non un cucciolo della tratta, rendendosi complice di mille maltrattamenti.

Fino a che alcuni animalisti plaudiranno al terremoto in Nepal, che ha punito a loro parere i sacrifici animali alla dea Gadhimai, oppure insulteranno minacciosi tutti gli antagonisti dei diritti degli animali, a mio personale giudizio, faranno fatica ad affermarsi e a conquistare la platea sui diritti animali.

Bisogna essere convincenti, non respingenti antagonisti

Non basta snocciolare dati sull’importanza di essere vegetariani, bisogna avere capacità di formare e di informare, di contrastare senza irritare, di difendere diritti senza sfociare nel patetico, nel pietistico e men che mai nell’aggressivo.

Basta e avanza il reale per far capire alle persone quanto i nostri comportamenti causino sofferenza agli animali, quanto la nostra ingordigia devasti il pianeta, quanto la nostra scarsa attenzione agli habitat ed ai diritti all’esistenza, di tutte le creature, ci condurrà in ginocchio.

Per farlo dobbiamo conoscere, e questo pensiero lo faccio ogni volta che mi reco in tribunale per testimoniare nelle cause contro chi gli animali li maltratta davvero o tengo un corso per le forze di polizia.

Se non provassi ad essere preparato, professionale, credibile, talvolta senza riuscirci come vorrei,  non avrei perso solo la mia essenza di persona che ha deciso di occuparsi di diritti animali, ma avrei tradito la promessa di impegnarmi per ottenerne la tutela.

Sono da sempre convinto che la morte di un essere vivente sia il problema minore, residuale, rispetto a una vita di patimenti e sofferenza e contro questa credo sia un dovere battersi.

Chi si occupa di carcerati, di tortura, di privazioni non pensa che le carceri debbano essere chiuse: chiede almeno che siano in linea con i diritti della persona, con il rispetto dovuto, con l’eliminazione della sofferenza gratuita, inutile, crudele.

In Italia siamo ancora lontani dall’attuare le “5 libertà” di Brambell, scritte nel 1967 per gli animali da reddito del Regno Unito. Libertà da noi nemmeno considerate, spesso, neanche per gli animali da compagnia.

Molti movimenti di tutela dei diritti animali spesso non sono ancora al passo con le realtà estere, non riescono ad esprimere politiche di largo respiro, al di là dell’esuberante orgoglio di qualche dirigente. Ancora lunga è la strada, ma con umiltà e buona volontà la possiamo percorrere, al solo scopo di migliorare le condizioni degli animali.

Dobbiamo però credere alla sua importanza e riconoscerci nell’importanza di questo percorso. Certo perderemo qualche sostenitore per strada, ma è un rischio accettabile, anzi, forse non è nemmeno un rischio, ma solo un vantaggio.