nomadismo cani randagismo

Il randagismo in Italia è una piaga, un endemismo da cattiva amministrazione, da gestione miope, clientelare e spesso gestita in modo emotivo. Una corsa infinita all’aiuto che anziché contribuire alla riduzione serve ad alimentare il problema, con la soddisfazione personale di molti e la persistenza di una realtà incivile, fonte reale di maltrattamento per i cani, e non solo.

Vado controcorrente, sono convinto sia necessario risalire il fiume per tentare di capire perché il randagismo non è un “samurai invincibile”, come disse il coraggioso Walter Tobagi riferendosi ai terroristi, cosa che gli costo la vita. Il randagismo è uno dei pochi “argomenti” che riguardano gli animali che in Italia ha una storia legislativa antica.

una storia che ebbe inizio 60 anni fa, con il famoso DPR 320/54, il “Testo unico di Polizia veterinaria”, che già allora, nell’immediato dopoguerra, stabiliva che i Comuni, singoli o associati, dovessero dotarsi di un canile proprio o consortile, per combattere la rabbia, zoonosi pericolosa. Questo precetto è rimasto immutato, anzi rafforzato, da tutti i successivi interventi legislativi; bene dirà qualcuno, un segno di civile attenzione a un fenomeno, un intervento pubblico una volta tanto lungimirante. Così sarebbe stato se la norma fosse coincisa con una diversa realtà attuativa: nella realtà i canili pubblici, di proprietà delle amministrazioni sono una minoranza, una percentuale indefinita che non credo superi il 20%, anche con ottimistiche visioni.

Negli anni ’70, per combattere una norma che prevedeva la soppressione dei cani dopo solo 5 giorni, la stessa che prevedeva l’obbligo di avere i canili, le associazioni hanno cominciato a costruire rifugi dove ai cani veniva data una chance diversa, ben più lunga dei 5 giorni previsti dalla norma. Le stesse associazioni erano però divise su due linee di pensiero che oggi potremmo definire “kill” o “no kill”: i secondi difendevano a oltranza la vita, i primi sostenevano la necessità che dopo vari tentativi di affido gli animali che non trovavano collocazione dovevano essere soppressi in modo eutanasico, in condizioni, a loro dire, migliori di quanto avveniva nei canili pubblici dove erano in vigore le camere a gas, di triste memoria.

Nel tempo le associazioni non hanno avuto la forza di ottenere ovunque l’applicazione della legge, pretendendo che ogni Comune abbia un proprio canile ed ancora oggi abbiamo gli scandalosi canili in appalto, spesso in mano alla malavita, dove gli animali sono ammassati come merci e rendono solo soldi senza avere diritti. Di fronte a questo enorme problema da qualche anno, considerato che il sud del nostro paese ha un randagismo di dimensioni molto consistenti e una gestione dei canili pessima, è nato lo “staffettismo”: il trasferimento, c’è chi parla di deportazione, dei cani dal sud al nord, non in cerca di fortuna come avvenne per le persone, ma bensì di un’adozione e di una speranza di vita diversa.

Questo brulicare di spostamenti, quasi sempre organizzato con il cuore, molte volte invece pensando al portafoglio, viene operato da privati, associazioni microbiche e grandi realtà, in regime di convenzione con i comuni, sempre lieti di sbarazzarsi dei cani, o di semplice atto di buona volontà. Talvolta questi spostamenti sono fatti con il cuore ma senza la testa e gli animali sono trasferiti in condizioni assurde, stipati in furgoni che li consegnano a sconosciuti volonterosi sotto i ponti delle tangenziali.

Questa realtà sta diventando così preoccupante, sotto il profilo del benessere degli animali e della sanità, che sia il Ministero della Salute che la Comunità Europea stanno per emanare disposizioni in merito.  Su queste operazioni, su questi trasferimenti mal congegnati vi è però un silenzio assordante: i Comuni sono contenti di togliersi un costo, molte associazioni non vogliono vedere il problema, altre sono coinvolte, altre ancora non vogliono alienarsi  sostenitori, i cosiddetti stakeholders.

Basta citare come esempio il Comune di Campobasso, che per anni ha lasciato i suoi cani in una struttura alle porte di Milano, più volte sanzionata per abusi e per traffico illecito di cani dall’Est il cui proprietario è stato recentemente arrestato, per questi motivi, dal comando provinciale di Lodi del Corpo Forestale dello Stato, comandato dal vice questore Andrea Fiorini a cui va la mia incondizionata stima.

Il randagismo va sconfitto in loco, con l’applicazione delle norme, con massicce campagne di sterilizzazione e con leggi che considerino il fenomeno una reale emergenza che deve essere affrontata con poteri speciali. E’ necessario seguire le linee guida dell’OIE (World organisation for animal health), che certo non raccomandano né esortano il nomadismo dei cani per sconfiggere il randagismo in quelle che sono le linee guida per combattere il randagismo.

Le associazioni non devono cadere nella facile trappola dell’aiuto generalizzato, non devono scendere a patti con i Comuni ma devono pretendere che la pubblica amministrazione si attivi per una corretta gestione degli animali: se possibile la collaborazione è sempre la strada maestra, ma quando l’amministratore pubblico resta sordo ai richiami allora esiste anche la strada della protesta e della denuncia alla magistratura. Impariamo a comportarci da cittadini se non vogliamo restare sudditi per sempre, specie quando vogliamo difendere i diritti di chi non ha possibilità di farlo direttamente.

Ricordate sempre che i cani non si pagano e che le associazioni serie chiedono offerte per l’adozione dei cani, con regolare ricevuta che può essere anche detratta fiscalmente. Chi  chiede soldi, ricariche telefoniche o di carte di credito prepagate o postepay non è un’associazione seria.  

Fate girare questo post, contribuirete ad evitare truffe ai danni degli animali.

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Aggiornamento del 04-06-2014

Il Ministero della Salute ha emanato linee guida per il trasferimento dei cani fra le regioni italiane: 2014-05-29 – Linee guida Ministero Salute per trasferimento cani.